A risotto oramai freddato, roteando la forchetta per giungere più solennemente al punto, domanda incredulo: “Ma un politico cosa deve fare se non prendersi cura del territorio, favorire l’inclusione, raccogliere i curricula e smistarli?”.

Nella scala Fahrenheit della democristianità Giuseppe Castiglione supera di almeno dieci gradi i suoi contemporanei. E di una spanna sopravanza Luca Odevaine, che lo coinvolge negli affari del centro immigrati di Mineo: “Odevaine era Maradona per me. Un grande tecnico, competente, affidabile, sicuro di sé. Me lo consigliò Zingaretti, all’epoca mio collega presidente di Provincia. Gli chiesi il migliore dei loro. Mi disse: il migliore dei nostri si chiama Odevaine”.

Dei loro, dei nostri. “Dovevo gestire l’emergenza, ero stato chiamato dal ministro Maroni a far fronte a un incubo. Volevo gestire il mio ruolo di soggetto attuatore delle misure di Protezione civile nel modo più istituzionale possibile. Mi comportai non facendo mai prevalere le mie amicizie. Pensi se lo avessi fatto a quest’ora di cosa sarei accusato”.

Catanese di Bronte, dai sospettati assetti familiari (il suocero, senatore Firrarello, era una specie di parallelepipedo dentro il quale ogni raccomandazione, supplica, richiesta di fare e omettere veniva imbucata) e dal sicuro incedere tra i seggi elettorali, Castiglione è un affermato raccoglitore di preferenze e titolare di un potere pubblico nella Sicilia orientale riconosciuto e omaggiato. “Chiesi a Gabrielli di poter avere Odevaine mio consulente, e lui convenne con me. Gli corrispondevo 700 euro al mese oltre naturalmente ai costi di soggiorno. Ma stia attento: esigevo ricevuta fiscale di ogni pasto. E quando me ne presentò una con due commensali di troppo io tirai una riga dritta. Questa non te la posso pagare”.

Il risotto oramai è divenuto di pietra e anche le cozze di mare si sono arrese al destino. Odevaine parla di gare pilotate, cooperative di destra e consorzi di sinistra. “Parla del consorzio Sisifo”. Esattamente quello che ha vinto. “Quando fui incaricato di seguire la questione Mineo tra i primi che chiamai fu Salvo Calì, il presidente del consorzio.

E sa perché? Era l’unico ad aver già lavorato a Lampedusa con gli immigrati, l’unico a sapere cosa fare. Gli dissi: ‘Salvo dacci una mano, aiutaci a capire come fare’”. E lui avrà risposto: dacci l’appalto! “Questa è una bugia”. Ma l’appalto è andato proprio a Sisifo e lei è accusato di turbativa d’asta. “Imputazione provvisoria. Avrei potuto fare con i poteri dell’emergenza affidamenti diretti, invece pretesi che fossero convocate decine di ditte”. Mineo è diventata una fabbrica di voti per l’Ncd.

“Certo, se si dice che l’Ncd ha raggiunto il 40 per cento in quelle località si può pensare a chissà cosa”. Lei sostiene che la gara è stata onesta e trasparente. Ma i costi per ciascun immigrato si sono poi rivelati disonesti: 49 euro al giorno invece dei 26 che in seguito verranno tariffati. “E cosa ne so io? I prezzi sono frutto del disciplinare nazionale”. E di La Cascina, la cooperativa legata Comunione e Liberazione? “E che ne so io della Cascina?”. Ricorda Odevaine che lei tenne in esclusiva i rapporti con La Cascina che infatti entrò nell’affare. “Solo sporadiche frequentazioni con Menolascina, l’amministratore delegato”. Il consorzio Sisifo è orientato a sinistra, La Cascina a destra. Noi e loro, di nuovo. “Ma è una colpa questa? C’è un atto, un foglio, una firma, qualcosa da cui si possa ricavare che io abbia fatto pressioni? Che ci sia stato ingarbuglio…”.

I fatti spingono a sospettare qualche ingarbuglio, come lei dice. E che Mineo sia divenuto l’incubatore di imprese di varia estrazione che poi ha dato frutti elettorali. La Cascina ha finanziato il suo partito, l’Ncd. “Ma al tempo di Mineo ancora non esisteva”. Infatti l’ha finanziato dopo. “E dopo, se vogliamo precisare, all’incontro di Bari di cui parla Odevaine con l’amministratore delegato della coop io non c’ero”. Ma Alfano e Lupi sì. “Embè?”.

da Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2015

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