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Il 30 luglio scorso il Movimento 5 stelle annunciò di depositare “una mozione contro la riforma dell’istruzione, licenziata dal Parlamento il 2 luglio, in tutti i consigli regionali nei quali è presente. Auspichiamo che subito dopo il deposito, si avvii il più rapidamente possibile l’iter per la calendarizzazione e che la mozione raccolga il più ampio consenso possibile”. Tale mozione avrebbe indicato “tre profili di incostituzionalità, contenuti all’interno della legge 107, che le Regioni possono impugnare ricorrendo alla Corte Costituzionale. In particolare, si fa riferimento alla chiamata diretta degli insegnanti da parte dei dirigenti scolastici – art. 1 comma 73 , all’alternanza scuola lavoro – art.1 comma 33 – e all’autonomia degli organi collegiali rispetto al dirigente scolastico – art. 1 comma 4 -”.

Il quadro globale è quello del ricorso contro lo strumento della delega al Governo in materie di competenze legislative concorrenti tra Stato e Regioni. L’effetto di una pronuncia favorevole della Corte costituzionale sarebbe la cancellazione di alcuni cardini della controriforma di Renzi e Giannini.

Sono passati molti giorni: l’estate è stata di fatto monopolizzata dal tema/problema del precariato e dalla pedestre soluzione individuata dal Governo, che – dopo tanto battere di grancasse, dopo annunci roboanti densi dell’aggettivazione di regime (storico, rivoluzionario, ecc)- al netto del naturale turn-over immetterà in ruolo non più di 50mila docenti, senza per altro risolvere le problematiche sollevate da Strasburgo e senza soddisfare il reale fabbisogno nelle specifiche classi di concorso. Lasciando irrisolti molti problemi, tra cui quelli di intere categorie di precari, e non ponendo affatto fine a quel fenomeno che, non senza irrisione, è stato chiamato “supplentite”, anzi.

Ma l’approssimarsi del 13 settembre, termine ultimo per l’eventuale presentazione dei ricorsi, ha ravvivato nelle ultime settimane l’attenzione sul tema.

La mozione del M5S, infatti, bocciata in Friuli Venezia Giulia e Liguria, ha registrato il sì dei Consigli Regionali di Puglia, Veneto e Lombardia. Nelle altre Regioni in cui il Movimento 5 Stelle è presente i suoi consiglieri hanno chiesto con insistenza – possiamo dire a questo punto inutilmente – una calendarizzazione rapida del provvedimento.

L’8 settembre il M5S – in una conferenza stampa – rivolge un accorato appello a Zaia ed Emiliano; il primo risponde quasi subito, annunciando di avere dato mandato alla propria avvocatura per il ricorso alla Consulta. Nella giornata di sabato 12, poi, mentre Maroni si tirava indietro, Emiliano comunicava quasi in extremis la propria decisione di portare avanti l’eccezione di incostituzionalità.

Questi ultimi fatti mettono in luce un dato politico spesso trascurato: la mozione approvata nel Consiglio regionale non ha carattere vincolante. Ciò vuol dire che la sua approvazione non obbliga né alla presentazione del ricorso (Maroni docet), né, qualora si decida di presentarlo, a rispettarne contenuti e impostazione politica. A questo va aggiunto che, stante l’attuale equilibrio dei poteri, la decisione ultima, in teoria di competenza della Giunta regionale, di fatto è in capo al solo Presidente della Regione.

Dovremo attendere di conoscere quanto determineranno gli uffici legali del Veneto e della Puglia per sapere su quali punti e con quali motivazioni verrà chiesto il giudizio di incostituzionalità della Legge 107. Intanto, basandoci sulle dichiarazioni di Zaia ed Emiliano possiamo evincere che il Veneto intende impugnare l’ingerenza dello Stato in maniera di istruzione e formazione professionale, la cui competenza sarebbe esclusiva delle Regioni. Si tratta di un punto di vista estremamente parziale, che cavalca uno dei temi fondamentali del programma sulla scuola della Lega, tradizionalmente vocata alla devolution e al federalismo e da sempre attenta ad alimentare e sfruttare in modo strumentale l’equivoco linguistico-culturale tra istruzione e formazione professionale, la prima compito dello Stato, la seconda prerogativa regionale, con un costante e minaccioso attacco al principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale. Emiliano, al contrario, insisterà sul cosiddetto dimensionamento scolastico: sulla costituzione, cioè, in seguito alla normativa degli ultimi anni, di plessi scolastici ipertrofici, con un numero enorme di studenti a fronte di un’unica gestione didattica e amministrativa (stesso dirigente, personale Ata, stesso collegio docente), frutto dell’accorpamento di più istituti scolastici.

Due scelte estremamente differenti, derivanti da una stessa mozione: una contraria al principio di unitarietà del sistema scolastico nazionale; l’altra interprete – tra l’altro – del diritto allo studio e all’apprendimento per tutti i cittadini italiani e alla tutela delle condizioni che favoriscano tale diritto.

Interpretazioni differenti cui possono corrispondere esiti molto divergenti. Misurarsi con la possibilità di ricorrere alla Corte nell’attuale quadro politico-istituzionale – ferma restando la meritorietà dell’iniziativa – interroga, dunque, sull’idea di scuola sottesa alle mozioni e sulle implicazioni conseguenti a convergenze tra partiti o movimenti politici estremamente differenti, in nome di un comune obiettivo del momento.

Vedremo come andrà a finire. Di sicuro, nessuno deve illudersi che basti una qualunque iniziativa contro la Legge 107 per avere dalla propria parte coloro che per mesi l’hanno contrastata nelle scuole e nelle piazze. Gli insegnanti, gli studenti, i cittadini, le associazioni che si sono battuti – e che intendono continuare a farlo con maggior forza – contro la pessima scuola di Renzi, lo hanno fatto per rivendicare una scuola che aderisse ai principi della Carta costituzionale, contraddetti brutalmente dalla Legge 107. Non certo per ritrovarsi con venti sistemi scolastici regionali.

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