E’ proprio nei luoghi aperti, pubblici, dove paradossalmente non ci sono vie di fuga o tane sicure dove nascondersi, che i conflitti più intimi e privati nascono o soltanto fuoriescono dalla pentola a pressione della vita quotidiana. In un luogo non luogo come può essere una mostra d’arte contemporanea (ma lo è anche il teatro…) una coppia agli sgoccioli esibisce tutto il lato ridicolo e feroce dello stare insieme: recriminazioni, accuse, confessioni a ferire senza sensi di colpa. Sgocciola come l’acqua dove sono immersi i volti inquietanti e deformati (la regia concentrica è di Tommaso Taddei che organizza un rodeo sentimentale tra una Lei forte e un Lui incassatore; fotografie di Graziano Staino) di sette (numero biblico e cabalistico) donne in pose da suicidio, come Ofelia, schiacciamento, soffocamento, annegamento, oppure gocciolando acqua e placenta nel loro essere feti mai cresciuti, figli mai nati, come ci spiegava catartica Oriana Fallaci.

Matrimonio segreto

E’ un “Matrimonio segreto” quello di Virginio Liberti, autore italo-brasiliano con una lunga attività in Italia prima a Siena e poi al Teatro Studio di Scandicci, non da intendersi come quello confezionato all’anagrafe o in chiesa con tanto di anello a circoscrivere un affetto, quanto a ciò che si forma, legandoli, dopo la lunga discussione in mezzo a queste facce che li scrutano, li giudicano, li osservano storti e malridotti. Segreto perché è celata alla coscienza ed alla consapevolezza, come sogno o incubo, questa parentesi dove tutto è possibile, dove ci si può dire qualsiasi cosa.

I Gogmagog, gruppo storico che sempre più si affina e si affila, lo ha fatto proprio verbo. Turba il bianco e nero e l’acciaio di questo recinto fatto di occhi che mai hanno visto la luce, di questa ruggine spessa che si sente sulla pelle e sulla lingua di ogni affermazione e scaramuccia verbale che i due si lanciano con cattiveria in questo spazio asettico che non dovrebbe prevedere cuore e sangue. Passeggiando e guardando distratti le opere emerge il lato oscuro non tanto della coppia, quanto della donna (Rossana Gay che pian piano prende corpo e azzanna la scena; a tratti ricorda Franca Valeri), generatrice e portatrice di vita. L’uomo (Carlo Salvador impegnato nell’accettare lo scambio; il suo personaggio è chiaramente il più debole drammaturgicamente), qui, attutisce la caduta massi, tenta di scansare, di non essere travolto dal fiume in piena.

Il dialogo, più che altro accusa e difesa, prende ben presto la piega dell’assurdo, di quel metaforico prettamente teatrale, e qui accettato, di un ventaglio di possibilità tutte eventualmente plausibili all’interno di queste premesse: la moglie dice di essere morta mentre lui non le crede pirandellianamente. E con questa nuova apertura, questa breccia, questo spiraglio-ferita, solo adesso è possibile fare un resoconto, con pareggiamento con il passato, rimettendo le tessere al loro posto, nella loro casella, ripulendo il prima per far spazio al poi. In questo “cimitero sentimentale” dove si passa dall’indifferenza alla rabbia e ritorno, mentre piccoli tocchi di pianoforte secernono il sebo unto e giusto per scivolare verso l’ignoto, una strada che non sanno dove li porterà. E forse devono toccare il fondo, anzi scavarsi la fossa tra morti vere e presunte per poter tornare a sorridere.

Lei è morta con la morte del figlio non uscito a riveder le stelle e adesso non le rimane che scagliarsi contro l’impotenza dell’uomo che, a livello strutturale e anatomico, non riesce a capire. Ma lui sopporta e rifiuta quando lei lo esorta ad odiarla, qui il marito si fa francescano e perdona (cambio repentino della colonna vertebrale della figura) e porge l’altra guancia. Chi è più forte tra chi aggredisce e chi non rifiuta lo schiaffo sonoro? In questo limbo, dove ogni scelta è un bivio dal quale non si torna indietro, un’anticamera dove attendere che le cose si sfacciano, si sfilino, si frammentino per vederle più chiaramente e meno ingarbugliate.

Una donna che esprime con sofferenza tutta la sua differenza rispetto al marito (ripetiamo, troppo sbilanciati i due ruoli), che mette sul piatto le sue debolezze, sbagli, errori, si mostra per quello che è, senza più finzioni: finalmente si permette di essere fragile, umana, sconfitta, lacera. Non esiste grazia ma pudore: “Chi sa del futuro tra uno che si crede vivo e una che si crede morta”.

Visto al Teatro Studio di Scandicci, il 30 giugno 2015

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