Forse il favoloso traguardo – tante volte annunciato trionfalisticamente – di una crescita del Pil allo zero virgola nove sta allontanandosi: orrore! Con il rischio che la motrice-Italia si fermi a un melanconico zero otto, per non dire un deprimente zero sette. Ciò nonostante Superbone Renzi continua a giocare al capostazione e non demorde: “Il treno dello sviluppo non si fermerà”. Sebbene rimanga ancora tutto da dimostrare che si tratti di sviluppo effettivo lo spostamento di qualche decimale sul quadrante del barometro economico.

Come si diceva, “niente è quello che sembra”: la regola fondamentale della comunicazione agli albori della Terza Repubblica, in cui vengono spinte al parossismo le tecniche imbonitorie della precedente Repubblica, quella berlusconiana. Per cui si virano a straordinarietà (“miracolo di Matteo”) modesti spasmi nel rigor mortis dell’impresa Italia; in larga parte indotti dal crollo del prezzo delle materie prime e dai drogaggi monetari della Banca Centrale Europea.

Difatti non potrebbe andare diversamente, visto che a oggi non è intervenuta una che sia una modifica effettiva della condizione complessiva, per cui il nostro sistema produttivo scivola sul piano inclinato del declino ormai da decenni. Anche perché inchiodato su gamme merceologiche a bassissime soglie d’entrata tecnologica, dunque copiabilissime. Il tutto malamente mascherato dal tentativo di addossare ogni responsabilità alla forza lavoro. Quei dipendenti i cui esiziali fancazzismi sarebbero stati favoriti dagli smaccati privilegi parassitari loro consentiti dalla clausola per l’incantesimo addormenta-imprese; rappresentata dal numero malefico, pronunciato con tremore dai giuslavoristi-esorcisti alla Pietro Ichino: “il diciotto” (ossia un articolo di scarso rilievo nel paleo-Statuto dei lavoratori, risalente alla proto-storia del ministro Brodolini). Tanto per dire, ora che la stregoneria sindacalese è stata spazzata via e il licenziato senza giusta causa ha finalmente(?) perso il diritto a essere riassunto, che cosa si inventeranno per giustificare il mancato avvento del nuovo “Miracolo economico”?

Il fatto che l’ex bel Paese non risulta meta delle annunciate frotte di investitori finanziari, che non attendevano altro per parcheggiare capitali a grappoli nelle nostre imprese. Magari per avviare qualcosa di un po’ più strutturale dell’acquisto all’incanto di storiche aziende da trasformare in marchi commerciali, sbarazzandosi della polpa industriale. Tanto per dire, qualcuno ricorda il nome “Agnesi”, secolare pastificio di Imperia? Oggi ridotto a logo per sughi pronti (e con qualche centinaio di dipendenti a spasso). Tutti temi su cui ho già più volte tediato i miei quattro lettori. Ma che confermano – se ancora ce ne fosse bisogno (e io credo che di bisogno ce ne sia) – la carica di inganno che ormai introietta la comunicazione pubblica. Arrivata a un livello di impudenza da negare le più lampanti realtà.

Potremmo considerarlo un aspetto folcloristico, se non impedisse di affrontare concretamente i seri problemi che ci affliggono. Ma quasi si direbbe che la bugia si sia trasformata in una sorta di metadone di cui la pubblica opinione, tossicodipendente al punto da essere “inscimmiata” di virtualità stupefacente (intesa come droga pesante), non è più in grado di fare a meno.

In fondo le “tre carte” di Matteo Renzi sul treno economico in marcia sono molto meno pericolose di altri illusionismi oggi all’opera. Tipo la sceneggiatura alla Bush jr. che diventa remake all’Eliseo: Hollande che scatena la portaerei Charles De Gaulle contro il terrorismo mediorientale, quando gli attentatori di gennaio e novembre sono cittadini francesi di provenienza maghrebina, incattiviti nell’inferno delle banlieues. Per cui i laburisti inglesi rischiano di spaccarsi quando il loro leader Corbyn non si presta alla riedizione della sceneggiata patriottica alla Blair con la regia di Cameron. Preoccupanti esempi dei livelli di assuefazione cui è giunto il drogaggio occidentale a mezzo retorica bellica. Quasi ci sarebbe da apprezzare il capotreno dei sogni Matteo Renzi, se l’alternativa è la Pinotti con l’elmetto.

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