Da un lato uno dei pezzi forti della Chiesa contemporanea, l’arcivescovo di Chieti e Vasto Bruno Forte, tra i più autorevoli teologi italiani, nominato nel 2004 da Giovanni Paolo II e ordinato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. Dall’altro il cattolicissimo parlamentare di Forza Italia Fabrizio Di Stefano, eletto alla Camera proprio nel collegio elettorale della stessa diocesi guidata dall’alto prelato. Sono i protagonisti di una querelle sorprendente, scoppiata quando il deputato azzurro ha deciso di declinare l’invito all’incontro su ‘Legalità e giustizia’ organizzato dal presule. Un gesto reso ancor più eclatante dalle motivazioni, affidate alla missiva al vetriolo postata su Facebook e indirizzata a monsignor Forte, con le quali Di Stefano ha spiegato le ragioni del suo ‘non possum’. Nella sostanza un vero schiaffo al prestigio del quotatissimo prelato.

SCUSE MANCATE Tutto comincia da una vicenda giudiziaria ormai archiviata. Quella della rifiutopoli abruzzese che nel 2008 coinvolse, tra gli altri, anche l’onorevole berlusconiano in un’inchiesta per presunte irregolarità legate alla realizzazione di un impianto di bioessiccazione nel teramano. Vicenda chiusa, però, lo scorso novembre con la sentenza del tribunale di Pescara che ha assolto tutti gli imputati. Di Stefano compreso (perché il fatto non sussiste). “Al clamore mediatico che accompagnò la notizia dell’avviso di garanzia che mi venne recapitato allora – spiega a ilfattoquotidiano.it il deputato di FI – mi sarei aspettato che più di qualcuno si scusasse dopo la sentenza che mi ha prosciolto con la formula più ampia”. E tra le scuse più attese e mai arrivate ci sono anche quelle di monsignor Forte. Al quale, nella sua lettera, Di Stefano si rivolge così: “Provo una personale difficoltà umana all’idea di ascoltare una lezione, appunto sul tema della legalità e della giustizia, da lei che, appena quattro giorni dopo l’inizio della mia vicenda giudiziaria, salì sul pulpito della cattedrale per interpretare uno strumento a tutela dell’indagato (l’avviso di garanzia, ndr) come emblema di sconcerto e di disgusto della politica regionale”.

PEPPONE E DON CAMILLO Sembrerebbe la sceneggiatura di un film di Peppone e don Camillo. Se non fosse che Di Stefano non è un sindaco comunista ma un deputato della Repubblica. E che monsignor Forte non è un parroco di provincia ma l’uomo nominato da Papa Francesco segretario speciale della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi del 2014 sul tema della famiglia e in questi giorni pronosticato come prossimo cardinale. E’ lui l’autore della controversa ‘Relatio post disceptationem’ nella quale si guarda con favore ai matrimoni civili, alle convivenze more uxorio e alle unioni omosessuali. Senza trascurare il contesto. Quell’incontro su ‘Legalità e giustizia’, moderato dall’altoprelato, e che vedeva tra i relatori anche il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, massimo rappresentante abruzzese delle istituzioni italiane, insieme all’ex rettore dell’Università Lumsa Giuseppe Dalla Torre.

LEZIONE INACCETTABILE Di sicuro l’invito all’incontro non è stato recepito da Di Stefano come un segnale di pace. Anzi. “Se l’intento fosse stato questo sarei stato invitato a partecipare al dibattito non ad essere presente in sala per assistere”, taglia corto il deputato azzurro. Che da monsignor Forte non si aspetta più alcun ripensamento. “Nella mia lettera ho fatto esplicito riferimento alla sua omelia nella cattedrale di Vasto: non ha avuto seguito e non credo che ne avrà – prosegue Di Stefano –. Quanto al convegno, in tema di legalità e giustizia monsignor Forte non credo abbia nulla da insegnarmi”. Dopo l’assoluzione, il parlamentare di Forza Italia non intende proporre cause risarcitorie. “Dal momento che a pagare non sarebbero i magistrati ma lo Stato e, quindi, i cittadini non intendo procedere in questo senso – conclude Di Stefano –. E men che meno nei confronti dell’arcivescovo per i suoi giudizi sbrigativi oggi rivelatisi infondati”.

Twitter: @Antonio_Pitoni

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