Era dal 1999, quando alla Casa Bianca stava Bill Clinton, che un presidente degli Stati Uniti non visitava il Salone di Detroit. Prima di Clinton, soltanto Eisenhower, nel 1960. Ieri Barack Obama è andato a “toccare con mano”, come lui stesso ha detto, il progresso dell’industria nella capitale dell’auto a stelle e strisce, Detroit. L’occasione era quella giusta per ribadire, alla fine del suo mandato, la correttezza della scelta impopolare presa nel 2009, quando decise di impegnare il denaro pubblico nel salvataggio delle “big three” dell’auto sull’orlo della bancarotta.

Obama ha ricordato che oggi General Motors e Chrysler non esisterebbero senza l’intervento del governo, e forse anche Ford sarebbe crollata a causa dei danni subiti dai fornitori. “Più di un milione di americani avrebbero perso il lavoro nel peggiore possibile dei momenti. Non solo gli operai dell’auto, ma anche le persone delle comunità che dipendono da voi”, ha detto Obama ai dipendenti GM. “Il loro sostentamento era a rischio, per questo decidemmo che non potevamo lasciare crollare l’automotive”. Da allora, ha detto Obama, l’industria dell’auto ha creato 640.000 nuovi posti di lavoro. “In cambio dell’aiuto, chiedemmo responsabilità“, ricordando che i prestiti erano subordinati all’approvazione di pesanti piani di ristrutturazione.

Al Salone, Obama ha visitato diversi stand e s’è seduto sulla nuova elettrica Chevrolet Bolt (nella foto). La sua amministrazione ha ammesso che non è riuscita a raggiungere l’annunciato obiettivo di mettere un milione di macchine elettriche sulla strada entro il 2015: a oggi circolano negli Usa circa 400.000 EV; complice il calo del prezzo della benzina, l’anno scorso le vendite di auto a batterie è calato del 6% rispetto al 2014, fermandosi a 115.000 unità. La settimana scorsa Obama ha proposto al Congresso di investire 4 miliardi di dollari in 10 anni per sostenere le case auto e le aziende tecnologiche che lavorano alla guida autonoma.

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