TORINO – “Il duello si fa! Un duello a morte”.

“Oh no, io no: a morte niente. Ordine del dottore. Ho un’ulceretta, e la morte è controindicata” (Amore e guerra, Woody Allen)

A volte ritornano. Ritornano le energie registiche, i desideri attoriali e anche le esigenze ministeriali. Trent’anni sono passati dall’edizione del Teatro dell’Aquila de I tre moschettieri a puntate. Allora gli episodi furono quattordici, adesso, nella versione che vedrà impegnati quasi quaranta attori (molti dei quali giovani), saranno otto registi (quattro di questi c’erano anche a L’Aquila: Beppe Navello, ideatore del progetto, Gigi Proietti, Ugo Gregoretti, Piero Maccarinelli) che porteranno in scena le avventure dei famosi spadaccini francesi. Se le nuove norme ministeriali richiedono di fare molte repliche sul proprio palcoscenico e di utilizzare molti attori under, questa ripresa, che vedrà impegnato il Teatro Astra dal 18 febbraio al 1 maggio (con evento-maratona finale), è un ottimo compromesso di qualità.

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Se la sera ci sono le repliche, nel pomeriggio gli attori provano con il regista della puntata successiva in un lavoro, e lavorio, senza sosta, di testo, costumi, scene, un grande carnevale, un grande caleidoscopio, una grande festa. Fin qui sempre sold out (220 posti a replica), la fidelizzazione del pubblico (60 euro l’abbonamento ad otto piece, meno di un biglietto del cinema) è un tam tam sotterraneo che in questa primavera percorre Torino.

Da Alexandre Dumas, scritto nel 1844, che lo fece uscire proprio a puntate su Le Siecle, “I tre moschettieri” torinesi vengono immersi in un rettangolo, quasi un Circo Massimo, aprendo l’Astra, il suo soffitto altissimo, i cavi a vista, i grandi teli che raffigurano i palazzi parigini tutt’attorno al perimetro, le ringhiere che costeggiano le tribune.

Come essere catapultati dentro la Storia. Come essere dentro una fiction, anzi, meglio, dentro uno sceneggiato Rai anni ’60 in bianco e nero, dove dovevi saper recitare, non come le soap odierne. Vengono in mente Arnoldo Foà e Giuliana Lojodice, Paola Borboni e Salvo Randone, Alberto Lupo e Virna Lisi, Ilaria Occhini e Laura Betti, Raf Vallone e Sylva Koscina, Giulia Lazzarini e Anna Maria Guarnieri, Enrico Maria Salerno e Rossella Falk. Pezzi di storia. Il pavimento a scacchi, i costumi coloratissimi e ampi e gonfi, i velluti eccentrici, le trine, i gioielli illuminati, le parrucche fulgide, i trucchi, i ventagli, il tutto dosando recitazione e canzoni (con un pianista dal vivo in scena), un frullatore gioioso, allegro, vivo dove ci si trova a sorridere e a penare per le sorti dei cavalieri e delle dame, a battere piedi e mani a tempo, a cantare i facili ritornelli in rima nelle arie aperte, festose e ridenti, curate, raffinate.

Una festa del teatro e per gli occhi tra gli svolazzi di cappa e spada, i duelli sudati. E’ la fiera del pizzetto per i virgulti spadaccini e delle trine per le signore: gli stivali, come i cappelli e i mantelli, flosci, le cinture, i grandi colletti rendono la sagra un perfetto connubio tra la filologia e la scanzonatura, tra la rievocazione e lo sberleffo, proprio in chiave guascona e irriverente. Come irriverenti sono gli occhi negli occhi con il pubblico (gli attori ci recitano addosso) o gli spot inseriti come jingle nel bel mezzo di uno scontro o fra le battute serrate tra due concorrenti.

Inevitabile parteggiare per D’Artagnan (Luca Terracciano, pungente e sicuro), Athos (Alberto Onofrietti, robusto e saldo), Porthos (Diego Casalis, fisicità e voce) e Aramis (Matteo Romoli, già apprezzato Romeo con Tiezzi o nei “Demoni” di Peter Stein), ineluttabile odiare Milady- Cat woman, regina di sotterfugi e manovre losche. E poi appare il Re Luigi XIII (Gianluigi Pizzetti, bizzarro e originale) tutto lazzi e frizzi che teme il Cardinale Richelieu (perfetto mefistofelico lungo allampanato quasi una fiamma accesa, Antonio Sarasso), mosse e mossette, tic e smemoratezze, leggiadrie e leggerezze sfrenate. Ma l’apparizione, si tratta di vere e proprie epifanie, flash e lampi lungo tutto l’arco del racconto, più brillante e frizzante è quella del padre di D’Artagnan (Sergio Troiano, volto storico di CentoVetrine, amplomb e sarcasmo), protettivo compulsivo (lo raccomanda di mettersi la maglia di lana in battaglia per non prendere freddo), insistente e fastidioso come un mosquito (per il figlio cadetto), imbarazzante perché si manifesta nelle occasioni più impensabili (anche sotto il mantello del Re) porta empatia e fa da collante con la storia e con le gag continue disseminate nel tragitto. Certamente meno austero e severo, è impossibile non trovarne l’aggancio-paragone con il padre di Amleto.

E ci sono le canzoni e le coreografie da parata, le grandi porte scorrevoli che aprono e chiudono la scena abbagliante, cofanetto pieno di preziosità. Un gioco del quale il teatro aveva disperatamente bisogno, perché parla di onore e di orgoglio ma anche di gioia e corse sudate, di movimento, di ricerca della verità e della giustizia. Un teatro per tutte le età, popolare, diretto, aperto, accessibile, un play fruibile, godibile come in fondo dovrebbe sempre essere. A volte ritornano. E sono dei bei ritorni.

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