Brutti tempi, quelli in cui il diritto d’espressione e di satira, per quanto estrema, vale per Charlie Hebdo ma non per gli operai che manifestano in modo pacifico fuori dai cancelli della fabbrica che li ha messi in cassa integrazione. Brutti tempi davvero, se l’espressione della protesta deve essere pagata con un licenziamento notificato dall’azienda e considerato legittimo dal giudice del lavoro, ovvero dalla figura istituzionale chiamata a giudicare mettendo su pari piatti della bilancia i potenti e gli inermi: da un lato – in questo caso – la Fiat, dall’altro cinque operai ex cassintegrati che cercavano, nel silenzio dei media e nell’indifferenza generale, di urlare il proprio dolore per il suicidio di due compagni di cassa integrazione a zero ore.

E’ una storia che inizia nel 2008, quando – dopo la ristrutturazione dello stabilimento automobilistico di Pomigliano – la Fiat creò un centro logistico con sede a Nola dove trasferì 316 lavoratori scelti in gran parte fra gli attivisti più sindacalizzati. Il centro, mai operativo, si rivelò una sorta di deposito per gli allontanati sine die dall’attività produttiva, tanto che gli operai lo ribattezzarono “reparto confino”.

Da allora si registrarono tre suicidi, almeno sei tentativi di suicidio e numerosi atti autolesivi. Il 5 febbraio 2014, Giuseppe De Crescenzo, 43 anni, separato e padre di due figli, in cassa integrazione da 5 anni, venne trovato impiccato nella sua abitazione di Afragola. Poco più di tre mesi dopo, il 20 maggio 2014, l’attivista cassintegrata Maria Baratto si tolse la vita squarciandosi il ventre a colpi di coltello. Il giorno dei funerali di Maria Baratto, i compagni di “confino” si distesero per terra davanti ai cancelli, le maglie chiazzate di vernice rossa sul ventre. Una rappresentazione cruda, che intendeva mostrare al mondo la realtà dei fatti.

Pochi giorni dopo, il 5 giugno 2014, le stesse persone si raccolsero davanti ai centro logistico di Nola e alla sede Rai di Napoli portando un fantoccio in pantaloni neri e maglioncino rosa che penzolava da un cappio fissato a una rudimentale struttura di legno. Sul volto del fantoccio avevano appiccicato la fotografia dell’amministratore delegato della Fiat, sul maglioncino un “messaggio d’addio” con una richiesta di perdono per le politiche aziendali e la preghiera di reintegrare nello stabilimento di Pomigliano tutti i 316 deportati.

Come la rappresentazione di pochi giorni prima aveva riprodotto il suicidio di Maria Baratto, questa metteva in scena l’impiccagione di Giuseppe De Crescenzo, di cui quel giorno ricorreva il quarto mese. Eppure, due settimane dopo la protesta, i cinque si videro recapitare una lettera di licenziamento con l’accusa di aver messo in atto “un intollerabile incitamento alla violenza”, oltre che aver provocato “gravissimo nocumento morale all’azienda e al suo vertice societario”, tale “da ledere irreversibilmente il vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro”. I licenziati fecero ricorso, argomentando che nel reparto logistico la percentuale di suicidi registrati nel 2014 (2 su 316) era 94 volte superiore alla media nazionale (1 ogni 15mila abitanti), ma dopo circa un anno, il 28 maggio 2015, il tribunale di Nola dichiarò legittimi i licenziamenti. Gli operai chiesero un riesame della sentenza ma l’8 aprile 2016 il Tribunale di Nola confermò il primo giudizio.

La lettura delle sentenze procura la strana sensazione della scomparsa dell’oggetto stesso della protesta: i morti non compaiono, se non per generiche parole di pietas, non si rileva alcun nesso tra suicidio e politiche del lavoro, e dietro un linguaggio tecnico e apparentemente neutrale, si nomina come “patibolo” la struttura cui viene appeso il fantoccio. Ecco che, con un rovesciamento simbolico, una protesta comprensibilissima nel contesto in cui matura – per quanto esasperata nelle forme – diventa motivo di licenziamento, con il risultato paradossale di lasciare senza reddito altri cinque lavoratori cassintegrati, uno dei quali da più di un mese non ha più una casa.

Nell’appello conto i licenziamenti d’opinione, lanciato dagli operai di Nola e sostenuto da un gruppo di intellettuali e artisti, tra cui Moni Ovadia, Erri De Luca e Ascanio Celestini, si legge che “le recenti riforme del mondo del lavoro hanno modificato le relazioni tra lavoratori e datori di lavoro, indebolendo le tutele dei primi a favore dei secondi. Allo stesso modo è cambiato radicalmente il diritto del lavoro. Con esiti che rischiano di incidere sul più generale godimento dei diritti di espressione e di critica sanciti dall’articolo 21 della Costituzione, e di annullare le tutele di quell’autonomia e libertà di critica che sono i prerequisiti di qualsiasi relazione sindacale”.

Il 20 settembre si terrà presso la Corte d’Appello di Napoli l’udienza decisiva, dopo la quale rimarrà solo la Cassazione. Pochi giorni prima, la mattina del 16 settembre, a Napoli si terrà una tavola rotonda per non lasciar soli i licenziati cassintegrati di Nola. Ci saranno molti dei firmatari dell’appello, tra cui figurano il vicepresidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il filologo Luciano Canfora, la scrittrice Valeria Parrella, il sociologo Marco Revelli, l’antropologa Annamaria Rivera, il parroco di San Felice di Pomigliano don Giuseppe Gambardella. La loro lotta è la nostra, contro la progressiva erosione della dignità del lavoro, della solidarietà, della libertà d’espressione. Tre concetti che la nostra Costituzione reputa principali.

Per maggiori informazioni e firmare l’appello, questo è il sito nolicenziamentiopinione. Sulla vicenda, si rimanda anche al circostanziato testo di Andrea Vitale.

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