Non si sa se esistano. E, se esistono, assai probabile è che una delle vecchie cabine telefoniche – struggente ricordo di tempi meno complicati – sia più che sufficiente ad ospitarne una molto ipotetica assemblea plenaria. Una cosa di loro si può tuttavia dire: oggi come oggi, quando sono a malapena trascorsi i primi due mesi della presidenza di Donald J. Trump, sono quasi certamente gli unici ad avere un valido motivo per festeggiare. Mi riferisco, ovviamente, agli ammiratori – da qualche parte deve pur essercene almeno un paio – di James Buchanan. Ovvero: di quello che era stato fin qui quasi unanimemente considerato il peggior presidente della storia degli Stati Uniti d’America.

Buchanan, che governò tra il 1857 ed il 1861, deve notoriamente la sua pessima fama all’imperizia con la quale gestì il cosiddetto “panico del 1857” – una delle peggiori crisi finanziarie della storia Usa – e soprattutto alla filo-schiavista superficialità con la quale affrontò gli eventi che infine condussero alla guerra di secessione. Molti, in questi ultimi 156 anni, avevano provato a far peggio di lui: il liberista ante litteram Herbert Hoover, il cui nome resta indissolubilmente legato alla grande depressione del 1929, Richard Nixon, costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate e, più recentemente, George W. Bush, con la sua disastrosa guerra in Iraq… Ma nessuno, nonostante l’impegno, l’essenziale sostegno di gravissime crisi ed il tempo a disposizione (quattro anni per Hoover, cinque e mezzo per Nixon e addirittura otto per “dubya” Bush) era riuscito ad avvicinarsi all’obiettivo.

Poi alla Casa Bianca arrivò un uomo color arancione chiamato Donald Trump. E, per la gioia dei buchanisti, poche settimane gli bastarono, non solo per strappare l’ormai sdrucita “maglia nera” dalle spalle di Buchanan, ma per polverizzare ogni precedente record negativo presidenziale. Dopo la sua rocambolesca vittoria dello scorso novembre, molti – e con molte eccellenti ragioni – avevano profetizzato un simile esito. Ma nessuno aveva immaginato che il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America potesse raggiungere il traguardo quando ancora la boa dei suoi proverbiali “primi 100 giorni di governo” non era stata doppiata. Ed il tutto, va subito aggiunto, senza alcun aiuto esterno. Vale a dire: con l’aiuto soltanto di crisi da lui stesso – ed assai spesso in modo alquanto stravagante – create.

Tutte le grandi (e da sempre note) virtù di Donald Trump erano chiaramente emerse, esaltate dalla competizione, nel corso della campagna elettorale. La sua innata cafonaggine, il suo puerile narcisismo, la sua crassa ignoranza – e questo non solo in termini politici, di competenze presidenziali, ma anche in senso assoluto – la sua disponibilità a cavalcare i più sordidi istinti dell’America bianca (l’America che sta dietro lo slogan “America first”) e, soprattutto, il suo molto problematico (e spesso ridicolmente problematico) rapporto con la realtà dei fatti. O, più esattamente: la sua istintiva, ciarlatanesca predisposizione alla menzogna (“carnival barker”, imbonitore da baraccone, lo aveva definito, con indubbia efficacia, un suo avversario durante le primarie repubblicane). Ma – forse per la proverbiale carità di patria – non pochi avevano pensato che la “gravitas” della carica (presidente, nientemeno, della più poderosa nazione del pianeta) potesse, come nel caso del principe Hal nell’Enrico IV di William Shakespeare, operare un miracolo di trasfigurazione.

Non è stato così. Alla luce di queste prime cinque settimane di presidenza si può tranquillamente affermare che la “gravitas” della carica ha, al contrario, ulteriormente e prepotentemente “trumpizzato” Donald Trump. Al punto che impossibile sarebbe riassumere ora (ma tornerò più in dettaglio sul tema) tutte le testimonianze di inettitudine e di crudeltà, tutte le fandonie, tutti i sospetti in “insalata russa” e tutte le figuracce che questo “Trump on steroids” è riuscito a bruciare, con grottesca frenesia, da quando vive al 1600 di Pennsylvania Avenue. Vale però la pena partire dall’ultima delle sue menzogne, quella che, per così dire, sembra aver fatto traboccare il vaso in un America nella quale, dicono i sondaggi, l’impopolarità del presidente in carica, da sempre a storiche altezze, è ormai prossima al 60 per cento.

Trump ha, com’è noto, accusato Obama di avere messo illegalmente sotto controllo le comunicazioni della Trump Tower, suo quartier generale elettorale. Un’accusa, questa, non solo priva di qualsivoglia riscontro, ma provatamente falsa. Ed anche reiteratamente falsa, nel senso che Trump, a dispetto, delle molte ed inequivocabili prove contrarie, ha continuato e continua a ripeterla con infantile petulanza. L’America – e non solo l’America – non aveva mai visto nulla di simile. O, più esattamente – come ha scritto ieri in un editoriale il Wall Street Journal – mai prima d’ora l’America ed il mondo avevano dovuto fare i conti con un presidente degli Stati Uniti tanto palesemente privo di qualsivoglia credibilità. “Donald Trump – scrive il quotidiano che meglio rappresenta l’America a favore della quale, a dispetto del suo populismo di cartapesta, il 45esimo presidente Usa intende governare – sembra attaccato alle sue asserzioni (leggi: frottole) come un ubriaco alla bottiglia di gin…”.

Più che una critica, sembra un giudizio definitivo. È questo, dopo 63 giorni, l’inizio della fine?

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