Se nel Postino il poeta Pablo Neruda era spalla poetica di Troisi, in Neruda, firmato Pablo Larraín, il poeta si fa protagonista di una lotta pienamente politica. Il regista gli tesse intorno una storia d’inseguimento e fuga per la sua dissidenza. Sullo sfondo il Cile e gli anni della Guerra fredda. Luis Gnecco contro Gael García Bernal, gli attori. Il poeta e il poliziotto, o nemesi metaforica di don Pablo. Personaggio fittizio, sbirro indispettito dalla libertà in verso politico. “Per noi è un falso biopic. È un biopic non proprio biopic, perché non ci siamo assunti il compito di fare un ritratto del poeta totalmente serio. Semplicemente perché è impossibile”. Ha detto il regista. “Così abbiamo deciso di costruire un film mettendo assieme elementi inventati e giocosi. In questo modo, il pubblico potrà librarsi con lui nella sua poesia, nella sua memoria e nella sua ideologia comunista, tipica della Guerra Fredda”. La poesia contamina il poliziesco e la macchina da presa ci fionda in qualcosa di più grande di una caccia all’uomo. Il lirismo dell’immagine contorna la lotta. È fatto quasi tutto con la luce: raggi che filtrano attraverso finestre serrate a occhi inseguitori o riverberi tra i boschi innevati, il capolavoro del cileno trasuda arte di fare cinema da ogni direzione.

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Pablo Larraín, Ken Loach e Jim Jarmusch: il cinema d’autore tra storia, prosa e poesia

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