Voglio esprimere la mia solidarietà ai dipendenti di Mediaworld. Il 22 giugno vado con entusiasmo estivo al negozio di Viale Umbria a Milano per comprare un ventilatore e scopro che a “coprire” TUTTO il reparto frigoriferi ed elettrodomestici (enorme) c’è un solo commesso. Lo sventurato, gentile al limite dell’eroismo, appare già assediato da una famiglia composta da nonno in carrozzina, una figlia e due figli/generi. Tutti in brachette (come me), cercano di convincere il Patriarca a comprare una nuova macchina da caffè.

Dopo una raffica di domande durata 20 minuti sulle differenti marche e sul perché un modello acquistato in precedenza si fosse “ossidato”, il commesso propone alla famiglia di proseguire la riunione “in autonomia”, permettendogli così di occuparsi degli altri clienti. In coda ci sono due signori che vogliono un preventivo su un condizionatore.

Il sottoscritto si accontenterebbe di uscire, garrulo, con un ventilatore. Mentre già intravedo la fine del mio turno di attesa, uno dei figli/generi torna a cercare il commesso che nel frattempo è andato al computer e, come Laocoonte, si dibatte fra altri quattro clienti. Lo sventurato, a quel punto, chiede a una collega di fronteggiare la famiglia che, rincuorata, ricomincia l’interrogatorio di gruppo – come nei polizieschi di Rai2 – chiedendo consigli su tutte le principali marche di macchine da caffè e sugli Spiriti-Guida che le governano.

E’ iniziata la fase due della riunione e passano altri 15 minuti. In una pausa ammicco alla commessa, facendole capire che non sono il cugino mingherlino della numerosa famiglia e lei, colma di pietà nei miei confronti, chiede loro una tregua “Forse è meglio che ne discutiate un po’ fra voi”, dice e, quasi di soppiatto, mi consegna il ventilatore.

Alla cassa c’è una sola dipendente (l’altra segue i finanziamenti). Sono passati 40 minuti. Mi rivolgo all’Ufficio personale di Mediaworld: “Signori, riunitevi in sala mensa e, fra voi dirigenti, proiettate il film “Non si uccidono così anche i cavalli”!.

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