Si è aperto oggi il processo per 19 giornalisti e amministratori di Cumhuriyet, il quotidiano di opposizione laica al presidente Recep Tayyip Erdogan. L’accusa è di terrorismo per i presunti legami il Pkk curdo e con Fethullah Gulen. Quest’ultimo indicato dal Sultano come mente del golpe del 15 luglio 2016. Tra gli imputati, che rischiano fino a 43 anni di carcere, 12 sono detenuti da quasi 9 mesi e 2 risultano latitanti.

Da quando, all’alba del 31 ottobre del 2016, gli agenti hanno fatto irruzione nella redazione e nelle abitazioni dei giornalisti per arrestarli, il quotidiano è diventato uno dei simboli delle minacce alla libertà di stampa in Turchia. Alla sbarra come presunti terroristi, ci sono alcuni dei più noti cronisti turchi. Ad iniziare dall’ex direttore Can Dundar che, riparato in Germania, senza giri di parole ha bollato il dibattito come “un processo al giornalismo” stesso, alla libertà di stampa. Due anni fa le sue rivelazioni sulle forniture di armi ai ribelli siriani da parte dell’intelligence turca fecero infuriare il governo di Ankara. Dopo lo scoop lui stesso ha scontato 92 giorni in carcere con l’accusa di spionaggio e tradimento.

L’ex direttore, insignito nel 2017 del Golden Pen of freedom dall’Associazione mondiale della stampa, si è chiesto evidenziando le contraddizioni di Ankara “quali organizzazioni” avrebbero aiutato i giornalisti. “Il Pkk con cui il governo aveva condotto trattative tre anni prima” oppure Gulen, alleato di Erdogan per dieci anni? E ancora quali sono le prove? “Interviste, titoli, tweet, articoli critici nei confronti del governo”? Per Dundar i giornalisti oggi non difenderanno solo loro stessi “bensì la libertà di stampa”.

Sotto inchiesta ci sono anche il suo successore alla guida del quotidiano, Murat Sabuncu, il noto editorialista e rappresentante turco dell’Ipi, l’International Press Institute, Kadri Gursel, il vignettista Musa Kart e il reporter investigativo Ahmet Sik. Nella prima pagina di Cumhuriyet campeggia il titolo “Vogliamo giustizia“, in segno di solidarietà ai colleghi alla sbarra.

Dal fallito golpe dello scorso anno in Turchia più di 50mila persone sono state arrestate con l’accusa di legami con Gulen, ritenuto da Ankara l’ispiratore del tentativo di colpo di stato del 2016. In carcere ci sarebbero più 165 operatori dei media, compreso il giornalista Deniz Yucel, corrispondente di Die Welt. Secondo Can Dundar, quello instaurato da Erdogan non è un “regime militare” ma un vero e proprio “Stato di Polizia”.

Dal mese scorso è in carcere tra gli altri anche Enis Berberoglu, deputato del partito di opposizione Chp, accusato di aver passato informazioni al Cumhuriyet sulle forniture di armi ai ribelli siriani. Un arresto che ha portato alla protesta del 9 luglio scorso, quando in migliaia sono scesi in piazza ad Istanbul nella “marcia per la giustizia. Con la modifica costituzionale, approvata ad aprile con un referendum, Erdogan ha blindato il suo potere, portando la  figura del Presidente della Repubblica ad avere, di fatto, i poteri del capo di uno Stato insieme a quelli di capo dell’esecutivo.

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