È un quadro in chiaroscuro quello che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez 2017 sul Mezzogiorno. Se da un lato ci sono “oltre un terzo dei meridionali a rischio di povertà“, come ha spiegato il vicedirettore dell’associazione Giuseppe Provenzano, dall’altro il 2016 è stato positivo per il Sud, che ha confermato il trend di crescita dell’anno precedente. Il Pil delle regioni meridionali “è cresciuto dell‘1%. Più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%“. Ma nel 2017 la tendenza si invertirà: +1,1% al Sud e +1,4% nel Centro-Nord. Distanze che non cambieranno nel 2018: +0,9 contro +1,2%. A questi ritmi, per il Sud il recupero dei livelli pre -crisi arriverà solo nel 2028, mentre per il Centro Nord è previsto per il 2019.

Si configurerebbe così un ventennio di ‘crescita zero‘, che farebbe seguito alla stagnazione dei primi anni Duemila, con “conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”, si legge nel rapporto presentato a Roma. Non solo. Il divario con l’Europa aumenterebbe. Il recupero, infatti, appare molto più lento se confrontato con l’area dell’euro, dove la crescita è stata doppia (1,8%), e con l’intera Unione europea, dove è stato ancora maggiore (+1,9%). Continua, quindi, ad allargarsi la forbice di sviluppo con l’Europa: dall’inizio della crisi nel 2008, il divario cumulato con l’area dell’euro è aumentato di oltre 10 punti percentuali, con l’Unione europea di oltre 12 punti.

Il rapporto stima poi che nel 2016 “circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro- Nord“. Un divario notevole se si pensa che nelle regioni meridionali il rischio di povertà “è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%)”. E proprio la povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, “le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud”. L’incidenza della povertà assoluta al Sud nel 2016 cresce nelle periferie delle aree metropolitane e, in misura più contenuta, nei comuni con meno di 50mila abitanti.

Svimez non vede solo nero. “L’elemento maggiormente positivo del 2016 è senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale: del resto, pensare di affidare la ripresa di un processo di sviluppo del Sud, come avvenuto nel 2015, all’agricoltura e al turismo è alquanto illusorio” si legge nelle anticipazioni del rapporto sulle Regioni. “L’industria manifatturiera del Mezzogiorno” nel biennio 2015-16 è cresciuta di “oltre il 7%, con una dinamica più che doppia di quella registrata nel resto del Paese, del 3%”. Insomma, l’industria meridionale dopo la crisi può ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale “come dimostra anche l’andamento delle esportazioni”. Tuttavia c’è il rischio che il settore industriale per le sue ridotte dimensioni (il suo peso sul Pil dell’area passa dallo 10,5% del 2001 all’8% del 2016) “se non adeguatamente accompagnato dalle politiche, non riesca a sostenere in maniera durevole la ripartenza dell’intera economia meridionale”.

Sul fronte della ripresa, se questa indica un elemento positivo dell’economia meridionale, che ne mostra la “resilienza alla crisi“, è vero anche che “un biennio (2015-2016) in cui lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno è risultato superiore di quello del resto del Paese non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività, bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere”.  Il nodo vero, secondo l’associazione, “è ancora una volta lo sviluppo economico nazionale”, per il quale il Mezzogiorno “deve essere un’opportunità, calibrando l’intensità e la natura degli interventi per il Sud”. La crescita “appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti”.

Le regioni del Mezzogiorno, poi, non sono cresciute tutte allo stesso modo. In testa c’è la Campania, con il Pil in crescita del 2,4 % ha fatto meglio di tutte. Segue la Basilicata. La Sardegna, per la prima volta dopo tre anni, è tornata in positivo (+0,6). In frenata Puglia (+ 0,9) e Sicilia (+0,3). La Calabria invece ha pagato l’annata agricola negativa, bilanciata però dall’andamento dell’industria in crescita oltre l’8%. Il Molise è stabile (+1,6%) grazie alle costruzioni, mentre l’Abruzzo va in negativo (-0,2).

Non va meglio per quanto riguarda l‘occupazione. Se è vero che al sud è ripartita, “con ritmi anche superiori al resto del Paese”, mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno, che pure torna sopra la “soglia simbolica dei 6 milioni di occupati”, resta a quota 380mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d’Europa.  Di quasi 35 punti percentuali inferiore alla media Ue che è a 28.

Nella media del 2016, gli occupati aumentano al Sud di 101mila unità, pari al +1,7%, mentre al Centro-Nord si registra una crescita di 192mila unità, pari al +1,2%.  “L’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato – si sottolinea – è in termini relativi più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno, segno che il Sud ha beneficiato del prolungamento della decontribuzione sulle assunzioni a tutele crescenti, ridotta sensibilmente nel resto del Paese”. Tuttavia, gli andamenti dell’ultimo biennio,che hanno visto crescere soprattutto gli occupati anziani e il lavoro a tempo parziale, non riescono a invertire la “preoccupante ridefinizione della struttura e della qualità dell’occupazione che si è determinata con la crisi”. La spia di questo fenomeno sta nel formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. Il biennio di ripresa occupazionale non intaccato questo quadro. “Nella media del 2016 a livello nazionale, si registrano ancora oltre 1 milione e 900 mila giovani occupati in meno rispetto al 2008”. Per quel che riguarda i settori, nel 2016, aumenta l’occupazione nell’industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%). Significativo, invece, è l’incremento del turismo (+2,6%).

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