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Leopardi contro lo ius soli

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Così leggiamo nello Zibaldone di Leopardi: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto”.

Il poeta marchigiano anticipa le logiche dello ius soli come principio della distruzione della cittadinanza. Vi sono, in effetti, due vie possibili per dissolvere i fondamenti della vita etica, dalla  cellula originaria della famiglia al compimento assoluto della cittadinanza nell’orizzonte dello Stato nazionale. Si può, per un verso, procedere per riduzione, negandoli in quanto tali e dichiarandoli superati. Per un altro verso, è possibile operare per estensione indifferenziante, facendo sì che famiglia e cittadinanza siano tutto astrattamente senza esclusioni e, dunque, nulla lo sia più in concreto: se tutto, senza distinzioni, è famiglia, nulla lo è più concretamente. Se tutto è, indistintamente cittadinanza, nulla lo è più concretamente: quanti più diritti si estendono ai non-cittadini, tanto più la categoria di cittadinanza smarrisce il suo valore e si dissolve. Secondo il detto spagnuolo, todos caballeros: se tutti sono cavalieri è evidente che, di fatto, nessuno è più cavaliere.

Prevale, con il sintagma hegeliano, la figura dell’eguaglianza dell’irrilevanza, mediante la quale si è tutti eguali nel senso di egualmente irrilevanti. Per questa via, la distanza tra l’élite dominante post-borghese e la nuova plebe precarizzata si fa ogni giorno più netta e più simile a quella che separa l’allevatore dal bestiame o, più precisamente, dal gregge omologato e indifferenziato.

In luogo del cittadino avente diritti e doveri nel quadro dello Stato nazionale, viene definendosi il nuovo profilo dell’atomo errante e consumista, che si muove senza radici negli spazi aperti del mercato globale: nell’apoteosi dell’uguaglianza dell’irrilevanza, si disgrega in forma individualistica il popolo stesso come demos, ossia come gruppo singolare collettivo di individualità comunitarie che decidono collettivamente della propria esistenza sociale e politica. Le masse individualizzate e post-nazionali figurano, infatti, come sempre più passive, remissive e politicamente inattive, prone ai voleri dei nuovi autocrati della mondializzazione.

Riducendo il mondo intero all’open space del sistema dei bisogni retto dall’insocievole socievolezza mercatistica, il capitale neutralizza la base dell’eticità (la famiglia) e il suo compimento (lo Stato): dissolve tanto la figura del figlio con padre e madre quanto quello del cittadino figlio della “famiglia universale” della società civile.

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