Il governatore della Puglia non molla sul ricorso al Tar di Lecce con cui invalidare il decreto del governo che ha prorogato al 2023 l’autorizzazione ambientale per l’Ilva. Nessuna marcia indietro, nessun ripensamento. Michele Emiliano, nonostante le critiche, che arrivano dai sindacati ma anche dal premier Gentiloni, va avanti. “La Regione Puglia non ritirerà il ricorso sulla base di annunci e sarà difficile che qualcuno mi costringa, attraverso pressioni non motivate, a fare alcunché. Bisogna lavorare, studiare, e trovare soluzioni per andare avanti nella procedura di vendita dell’Ilva e non ricattare le persone e meno che mai i Comuni e le Regioni”, aveva detto in mattinata.

“Sono pronto anche a incontrare Arcelor Mittal, e d’altra parte ho avuto già la disponibilità dell’azienda. Ci incontreremo appena sarà disponibile”, spiegava in mattina assicurando come “non mi pare che l’azienda minacci alcunchè o che vuole andare via e mollare”. Peccato che il gruppo franco-indiano aveva già inviato ai Commissari straordinari, il 21 dicembre scorso, esattamente il giorno dopo la tempestosa riunione del tavolo istituzionale su Taranto al Mise con lo scambio di accuse tra il ministro Calenda ed Emiliano stesso, una lettera nella quale esprimeva tutta la sua preoccupazione per come si stesse da come si stesse “delineando il quadro giuridico italiano sull’Ilva chiedendo “una modifica al contratto di affitto con l’obbligo di acquisto, sottoscritto il 28 giugno scorso, per potersi tutelare nel caso dal Tar di Lecce arrivasse lo stop al Dpcm del governo”.

In particolare, si apprende da fonti vicine al dossier, Arcelor aveva chiesto “l’introduzione nel contratto di ulteriori condizioni sospensive o di nuove condizioni risolutive”. Quali siano queste modifiche a garanzia degli investimenti, nella lettera non si dice. Nella missiva che Am Investco, cordata guidata da Arcelor Mittal, ha inviato ai Commissari straordinari di Ilva, infatti, si chiede genericamente, a seguito del ricorso contro il Dpcm al Tar di Lecce, “un confronto per valutare modifiche e integrazioni al contratto” firmato nei mesi scorsi.

Una notizia che inquieta anche i sindacati. E’ il leader Uilm, Rocco Palombella, infatti, a dare corpo alla preoccupazione dei lavoratori. “Sono solo le prime avvisaglie di un disastro che si potrebbe creare dopo il 9 gennaio se non verrà ritirato il ricorso al Tar di Lecce. D’altra parte mi sembra che Emiliano continui la sua opera demolitoria nei confronti di una città e di uno stabilimento che sono già in una situazione comatosa”, commenta Palombella che lancia ai cugini di Fim e Fiom una proposta: una mobilitazione generale proprio il 9, giorno in cui si dovrà esprimere il Tar.

“Così vediamo se i lavoratori la pensano come Emiliano o come noi. Una grande mobilitazione che si ribella ad un barese che vuole distruggere la siderurgia italiana”, conclude. Intanto Il Mise è al lavoro per verificare quali siano le intenzioni di Am Investco. La richiesta di Arcelor d’altra parte non coglie di sorpresa Calenda che proprio il giorno prima, nel corso dell’incontro con Emiliano, aveva delineato al governatore della Puglia e al sindacato di Taranto la possibilità che “l’investitore potesse assumere una simile iniziativa” per scongiurare i rischi derivanti dal ricorso al Tar. Intanto a difesa dei lavoratori scende in campo ancora l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro che nel suo messaggio di Natale alla comunità diocesana chiede agli amministratori locali e al Governo “un dialogo serio e responsabile, che tenga conto esclusivamente del bene delle famiglie tarantine, del diritto alla salute e al lavoro con azioni concrete e in tempi brevi”.

A criticare duramente la decisione di Emiliano di andare avanti lungo la strada giudiziaria e a tornare a difendere l’esecutivo è anche il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. “Sull’Ilva il Governo non ricatta nessuno: il Presidente Emiliano non può dire di cercare il dialogo e poi minarlo ogni giorno. La copertura dei parchi minerali dell’Ilva parte a febbraio del prossimo anno: parliamo dell’opera di ambientalizzazione più complessa e attesa dai cittadini di Taranto” dice ricordando come proprio quel Dpcm che ora si vuole bloccare “preveda l’anticipo di tutte le opere di risanamento nei prossimi tre anni e fissi a 6 milioni di tonnellate annue la produzione di acciaio dello stabilimento, cioè quella attuale, fin quando tutte le prescrizioni ambientali non siano state ottemperate”.

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