Cultura

Giornata della poesia, da Rupi Kaur a Warsan Shire, i nuovi autori vengono dai social (e piacciono pure a Beyoncé)

Saranno i millennials a salvare la poesia? Il fenomeno degli Instapoets fa già storcere il naso a molti, preoccupati che i pixel di uno schermo appiattiscano la parola, compressa in 140 caratteri o giù di lì

di Beatrice Manca

Scopriremo il prossimo Umberto Saba su Tumblr? Il genere letterario più antico del mondo salta giù dagli scaffali e conquista la piattaforma delle foto più famosa al mondo. E’ la carica degli Instapoets, che scalano le classifiche editoriali a colpi di post.

Dici poesia e ti vengono subito in mente i banchi del liceo, lo struggimento di Leopardi o di Emily Dickinson. Ciclicamente data per morta, considerata un suicidio editoriale e snobbata dai lettori, la poesia resiste contro ogni aspettativa. E rinasce nell’ultimo posto in cui ci si aspetterebbe di trovarla, cioè sui social network. Ma non su un social qualsiasi, sul social delle foto per antonomasia: Instagram. Parole in rima che invadono il grande oceano di selfie e foto al tramonto: l’hashtag #poetry conta 18 milioni di post. D’altronde la poesia è letteratura per immagini, rapida ed evocativa.

? the irony of loneliness is we all feel it at the same time

Un post condiviso da rupi kaur (@rupikaur_) in data:

Sui social sta fiorendo una nuova generazione di poeti, tutti sotto i trent’anni. E qualcuno riesce a fare il salto dallo schermo alla carta stampata. Un’autrice come Rupi Kaur, che con la sua prima raccolta “Milk and honey”, ha venduto oltre un milione e mezzo di copie, ha esordito postando i suoi versi online. Venticinque anni, indiana di nascita e canadese d’adozione, oggi su Instagram non segue nessuno, ma in compenso ha due milioni e mezzo di follower. Di professione poetessa e – non a caso – fotografa. I suoi versi sono un pugno di parole. Epigrammi. Brevi, folgoranti. Versi a portata di scroll, che non hanno bisogno di sofisticate analisi, scritti in un linguaggio quotidiano, familiare. Perfetti per essere postati, condivisi, stampati su t-shirt, perfino tatuati. Ecco gli Instapoets, che hanno preso il genere letterario più antico del mondo e lo hanno reso ultra pop. Come r.h. Sin, pseudonimo di Reuben Holmes, ragazzone del New Jersey di quasi trent’anni. Folgorato da Edgar Allan Poe, ha esordito su Twitter e ora ha un libro (“Whiskey, Words, and a Shovel”), un milione di follower su Instagram e una linea di abiti con i suoi epigrammi stampati sopra. Versi femministi come “Broken girls blossom into warriors” o “Inside her lives a revolution”. La consacrazione definitiva è arrivata dal New Yorker, che lo scorso anno gli ha dedicato un ritratto dal titolo “The life of an Instagram Poet”.

Altro che obsoleta e snob. La poesia tenta nuove strade. Salta giù dagli scaffali polverosi e si infila nella cultura pop. Sulle copertine delle riviste, su Spotify e nei testi delle canzoni. E’ il caso di Warsan Shire, classe 1988, scappata dalla guerra civile in Somalia e finita nei credits dell’ultimo disco di Beyoncé. La regina del pop l’ha infatti ampiamente citata in Lemonade – sì, proprio il video in cui si sfoga del tradimento di Jay-Z sfondando i finestrini delle auto con una mazza da baseball. Poesia mainstream, una contraddizione in termini. Un mercato di nicchia (il 5% dei titoli pubblicati ogni anno) ma vitale e in costante crescita, secondo i dati dell’Associazione italiana editori. Piccolo rinascimento trainato da casi di successo come il torinese Guido Catalano, autore di raccolte ironiche e romantiche come “Ogni volta che mi baci muore un nazista”. Uno che con i social si diverte parecchio e che fa le tournée come una rockstar. Manifesto di una nuova poesia per tutti, immediata, aperta, condivisa.

Saranno i millennials a salvare la poesia? Il fenomeno degli Instapoets fa già storcere il naso a molti, preoccupati che i pixel di uno schermo appiattiscano la parola, compressa in 140 caratteri o giù di lì. Per sua vocazione la poesia fugge le masse, richiede concentrazione, si misura nel banco di prova degli anni, dei decenni. L’Instapoetry è forse più democratica, ma più effimera, misurata in likes e consumata nel tempo di uno scroll sulla bacheca. Che poi il repost su Instagram si traduca sempre in vendite reali, è tutto da vedere. Chissà se un gigante della poesia greca come Callimaco, quello convinto che la perfezione si raggiunga con poche parole, avrebbe apprezzato il distillato di parole di un post su Instagram. Per dirla con Bukowski: secoli di poesia e siamo sempre al punto di partenza.

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