Nel dicembre del 2014 Villapiana, il quartiere più popoloso popolare di Savona, discuteva soprattutto di una bomba della Seconda Guerra mondiale: “Bomba o non bomba ogni giorno si alzano, si vestono, mangiano, guardano la televisione e vanno a dormire con lei che ‘dorme’ chiusa in un muro nel cortile del palazzo” scriveva sul Secolo XIX, Alberto Parodi “paura e ansia accompagnano le giornate di residenti, commercianti, inquilini, amministratori di condominio e avvocati. Da sessant’anni ci dormono sopra, ma c’è davvero l’ordigno nell’intercapedine in cortile”?

Quattro anni dopo, la città depressa del nord, è scossa da una bomba politica molto più dirompente: l’apertura di una sede di CasaPound proprio a Villapiana che sino a ieri era la roccaforte rossa di Savona, che si era conquistata, combattendo, la medaglia d’oro della Resistenza. Due partecipatissime assemblee tenutesi alla Società di Mutuo Soccorso, a pochi metri dalla futura sede di CasaPound, hanno visto una mobilitazione civica che sembrava scomparsa da tempo sotto l’ondata di nostalgia mussolinina dello tsunami “sovranista”.

“Ci sono quartieri dove noi del Pd abbiamo lasciato dei vuoti, che sono stati riempiti da altri come la Lega o i 5Stelle – dice Barbara Pasquali, capogruppo del Pd in Consiglio comunale – mi ha colpito positivamente la partecipazione della gente preoccupata da questi sviluppi anche perché il quartiere ha una tradizione di accoglienza”

Le chiedo perché, quando era al governo, il Pd non abbia sciolto le organizzazioni ‘nostalgiche’ applicando la legge. Risponde: “Abbiamo sbagliato. Li abbiamo sottovalutati”. Insisto dicendo che se l’ex ministro Minniti avesse applicato a questi gruppi un decimo della determinazione che ha mostrato con i migranti forse non saremmo a questo punto. “Sono totalmente d’accordo – risponde – del resto ci son tante cose che non ho condiviso. Un anno fa abbiamo votato a maggioranza (la sindaca e la sua lista civica si è astenuta) un ordine del giorno, promosso da Anpi, che negava la concessione di spazi pubblici a CasaPound. Chiederemo al prefetto di farlo rispettare”.

Lunedì 16 luglio una fiaccolata attraverserà il quartiere per ribadire un “No” collettivo al neofascismo e la campagna ha coinvolto anche una firma nazionale della satira: Danilo Maramotti, l’ex-vignettista dell’Unità, di Linus e del Corriere Economia [sopra le sue vignette]. Mentre “Marionecomix”, il vignettista ultragrillino, partecipava alla presentazione in Parlamento di un libro ‘sovranista’, accanto a Simone di Di Stefano, vicepresidente di CasaPound e a Luca Marsella (il candidato che a Ostia apparve in una foto con gli Spada), Danilo Maramotti volantinava per le strade di Villapiana dando all’ ‘intellighenzia’ savonese una grande lezione di umiltà e di militanza democratica.

“Aprire una sede di CasaPound in un quartiere storicamente operaio e proletario ha un’evidente valenza provocatoria – dice Maramotti – Villapiana ospita la sede della Società di Mutuo Soccorso XIV Aprile e la ‘Fuochisti e Macchinisti’, da cui parte il corteo del 24 aprile e davanti alle quali sfila da sempre quello del 1° maggio. Vieteranno il percorso perché c’è una sede di CasaPound?

Villapiana è anche il più esteso centro multietnico della città. La comunità cinese è quella più antica, quella albanese la più integrata e non si contano le famiglie italo/albanesi che vi abitano. Poi sono arrivati i rumeni, gli indiani, gli africani… Queste comunità sono state assorbite nel tessuto sociale come acqua sulla sabbia, senza attriti e tensioni con i residenti, ma anzi vivacizzando un quartiere abitato ormai da molti anziani.

Sappiamo tutti come si presenta, invece, CasaPound. Si vendono come associazione culturale, poi spacciano generi alimentari xenofobi; ai soli bianchi, come nel Sudafrica degli anni Sessanta. Un cavallo di Troia per veicolare odio. Non è un caso che attorno alle loro sedi si verifichino abitualmente episodi di violenza. Basti pensare all’aggressione a coltellate avvenuta a Genova. Savona ha già mostrato il suo attaccamento alla democrazia negli anni Settanta, quando fu usata come città cavia nella cosiddetta ‘settimana delle bombe’. Allora tutti i quartieri si mobilitarono per difendere i portoni dagli attentati dimostrativi dei dinamitardi fascisti. Ed è proprio questa esigenza, la sicurezza, che gli abitanti vogliono. Perché sanno bene che questo sinistro insediamento di oggi sarebbe, domani, un focolaio certo di xenofobia e razzismo.

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