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I romani, quelli doc di un paio di millenni fa, hanno fatto del mondo polpette come hanno voluto. La leva fondamentale del loro potere di conquista era l’esercito. Eppure erano armate che non aveva risorse sostanzialmente diverse rispetto a quelle dei nemici che dovevano affrontare. Tutti disponevano di spade, di archi e frecce, di elmi, di scudi, di protezioni corporali di varia foggia ed efficienza, ma i romani sbaragliavano chiunque alla grande. Perché?

Avevano inventato una sorta di “carro armato”, micidiale ma che non aveva né cingoli né motore né cannone, aveva soltanto una corazzatura. Il trucco era di assettare le coorti, con le loro spade e i loro scudi (e assolutamente nulla in più), in modo da formare la testuggine. Questi soldati avevano adottato scudi in forme rettangolari e potevano avanzare fin sotto le mura della città da espugnare senza subire i danni di frecce o lance o sassi tirati dagli assediati. Furono creativi: usarono non armi nuove ma armi tradizionali gestite con rinnovata fantasia.

L’impresa olonica sta al nostro sistema manifatturiero come la testuggine stava alle coorti. Paro paro. È la regina del moderno scenario γ, la definirei come una sorta di scenario β in chiave poligama. Si faccia chiara attenzione ai termini, “poligamia” non presuppone alcuna sorta di infedeltà coniugale pur se aperta a vari legami.

Lo scenario γ – che non si riesce a rappresentare con un modellino come gli altri due modelli (α e β, appunto) – riconosce che esistono due mercati e due mondi di business, ma a differenza del modello β (impresa in rete) le aziende subfornitrici possono agganciarsi con più di una azienda end-use oriented. La filosofia dell’impresa in rete poggia sul fatto che le aziende subfornitrici passino dallo stadio di fornitori a quello di cooperatori. La differenza è enorme.

Conviene qui rivelare il significato di quel curioso nome, olonica. Si tratta di una parola che ancora non alberga sui dizionari Zanichelli oppure sul Devoto-Oli, essa viene dall’unione di due radici ungheresi e nasce nel 1968 a opera dello scrittore e filosofo Arthur Koestler ma in riferimento a concetti biologici e sociali: holos (tutto) e on (parte).

Ecco che cos’è un’impresa olonica: è una macroimpresa che sul piano giuridico non esiste, è un aggregato di aziende autonomo, multiplo, che su base volontaria muta forma, direzione, consistenza sotto gli impulsi di alcune aziende componenti. Difficile da descrivere, da fotografare, però esiste ed è diventato un modo di fare business concreto e potente. È regolato, là quando esiste, da accordi di fedeltà e riservatezza di volumi di lavoro garantiti, di trasparenza reciproca fra i componenti; si basa su una rete computerizzata accessibile solo ai componenti stessi. Esiste una capofila (Gruppo Bend-use oriented) e delle subfornitrici (Gruppo Asub-suppliers) legate fra di loro da appositi patti finalizzati a ben determinati obiettivi.

È un’impresa – una grande impresa quasi sempre – ma giuridicamente non esiste. È un’impresa virtuale. Una componente sub-supplier dell’impresa olonica con capofila α può contemporaneamente inserirsi in un’altra impresa olonica β, purchè rispetti le condizioni del patto con α. Si tratta di sistemi transitoriamente autosufficienti, parti di sistemi più ampi (gruppi olonici, appunto) che possono cooperare fra di loro, sulla base di patti analoghi.

L’impresa virtuale olonica è la salvezza per molte imprese di piccola dimensione – quelle che chiamiamo Pmi e che da noi sono un’infinità -, che ne traggono solo vantaggi. Ma pure le imprese capofila (end-use oriented) ricevono benefici soprattutto in termini di affidabilità dei semiprodotti necessari e di incremento silenzioso ma straordinario della quantità di capitale circolante a disposizione del prodotto finale. Queste imprese possono così, aumentando straordinariamente l’efficienza tecnica e finanziaria, concentrarsi e potenziarsi sui termini concreti della loro mission.

Ma questo sarà l’argomento del prossimo post.

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Servono politiche industriali, non (sedicenti) capitani d’industria

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