Credo che corresse l’anno 1997. Ero a Catania perché dovevo scrivere un reportage per un giornale e organizzare una puntata di una serie per Telemontecarlo. “Dentro il delitto”, si chiamava la trasmissione. E quella puntata sarebbe stata dedicata all’assassinio mafioso di Giuseppe Fava.
Composi da telefono fisso il numero del quotidiano La Sicilia e chiesi di lui. Mi rispose subito, inaspettatamente. Come tutti gli “ex” del mensile I Siciliani non c’erano buoni rapporti tra noi e io avevo fatto molti pezzi durissimi su di lui e sul sistema di potere che dal dopoguerra in poi aveva ruotato intorno a lui. Lui era l’incarnazione del potere, a Catania.
“Buongiorno, come sta… eh, lei ci ha tradito…”, esordì, con toni di rimprovero cordiale ma deciso, rude. Alludendo alle mie origini borghesi e alla regola, non scritta, in base alla quale se uno è figlio della buona società locale e vuol fare il giornalista non può non aspirare a lavorare a La Sicilia. Io ero stato un ribelle per dovere civile, mio padre mi aveva insegnato così.
Gli chiesi se potevamo intervistarlo sul caso Fava e lui, Mario Ciancio Sanfilippo, mi rispose quasi levandomi ogni possibilità di replica e di respiro: “Eh, mio caro: ma io cosa c’entro con il caso Fava? Lei lo sa io non esisto…”.
Risposi balbettando: “Eh, no dottore Ciancio. Lei esiste, eccome… Lei è l’uomo più potente della città. E fu in lite con Fava e lo cacciò da Espresso Sera. E poi ha testimoniato in aula al processo Fava”.
Lui tagliò corto e finì frettolosamente, direi democraticamente, indicandomi il nome di un collega del giornale che avrebbe potuto parlare in nome suo e del giornale.
Mario Ciancio è così. A Catania c’è e dappertutto ma “non esiste”.
Direttore- editore, imprenditore, proprietario terriero, appaltatore, finanziere, ex presidente delle Fieg. Fu lui a salvare la cordata Scalfari-Caracciolo dalla scalata di Berlusconi: aveva il 4 per cento dell’editoriale l’Espresso e lo vendette a loro permettendo così a Caracciolo di ottenere che Repubblica non finisse in mano a Berlusconi. In cambio, visto che era lui a stampare l’edizione meridionale del quotidiano romano, chiese e ottenne che per i venti anni successivi, fin dentro l’era del web e delle informazioni senza frontiere fisiche, Repubblica non facesse edizioni di Catania. Per mantenere il monopolio dell’informazione sulla città?
Fu Ciancio a comprare l’unica tv locale competitiva, Telecolor (anche quella in queste ore gli viene sequestrata, per paradosso), per chiuderla e licenziare i colleghi che ci lavoravano “senza controllo”.
Negli anni 70 Ciancio aveva licenziato Fava perché ribelle. Ma ha accolto in redazione chiunque, tutti i sindaci e i presidenti di Regione, di destra e di sinistra, indagati e con la fedina penale pulita. Ma anche i mafiosi (Ercolano) che minacciavano il giornale o chiedevano silenzio per i loro affari sporchi. Tutti ospiti graditi, senza distinzione.
Firmava Ciancio il giornale che nel nell’ottobre 1982 definì il boss Benedetto Santapaola “noto imprenditore catanese”, mentre tutta la stampa nazionale parlava del boss locale raggiunto insieme ai palermitani dal mandato di cattura firmato da Giovanni Falcone per la strage Dalla Chiesa. E due giorni dopo iniziò una campagna stampa per difendere “l’onore di Catania offesa da quella inchiesta”.
Fu il giornale di Ciancio, all’indomani del delitto Fava, a scrivere un editoriale intitolato “Fava il Pecorelli siciliano”, nel quale si negava l’esistenza della mafia e si lasciava intendere che Fava fosse stato ucciso da un marito geloso.
Nel 1985 fu Ciancio, che sui necrologi ha fondato uno dei punti di forza del suo sistema monopolistico della pubblicità in Sicilia, a negare il necrologio pagato dalla famiglia Montana, parenti del commissario di polizia Beppe Montana ucciso a Palermo, che rinnovava “ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”.
Da mesi Ciancio, sotto processo in primo grado per concorso esterno alla mafia, dice: “Sono innocente e lo dimostrerò”.
Uno può essere (e io lo sono sinceramente) garantista e aspettare le sentenze definitive.
Ma ora che la procura dispone il sequestro e la confisca di suoi beni, polizze assicurative, conti in Svizzera, 31 società e partecipazioni azionarie in 7 spa, per un totale di 150 milioni, compreso il giornale La Sicilia, uno può dire a Mario Ciancio Sanfilippo: “Eh no, caro dottor Ciancio, lei è sempre esistito a Catania”. Anzi ha pesato e determinato quasi tutto, anche le distorsioni e dovrà rispondere, anche fuori dai tribunali, dei silenzi informativi di cui il suo giornale, unico sulla scena cittadina, si è reso responsabile e delle distorsioni delle notizie e delle campagne in favore delle imprese locali colluse con la mafia.
E chiunque potrebbe rivolgere la seguente legittima richiesta: dottor Ciancio, renda a Catania la verità di questi 40 anni, restituisca quel che le ha tolto. Il senso di una comunità che da mezzo secolo non ha piena libertà di stampa.
Antonio Roccuzzo
Giornalista
Mafie - 24 Settembre 2018
Mario Ciancio, il suo potere c’è ed è dappertutto. Ora restituisca a Catania quel che le ha tolto
Credo che corresse l’anno 1997. Ero a Catania perché dovevo scrivere un reportage per un giornale e organizzare una puntata di una serie per Telemontecarlo. “Dentro il delitto”, si chiamava la trasmissione. E quella puntata sarebbe stata dedicata all’assassinio mafioso di Giuseppe Fava.
Composi da telefono fisso il numero del quotidiano La Sicilia e chiesi di lui. Mi rispose subito, inaspettatamente. Come tutti gli “ex” del mensile I Siciliani non c’erano buoni rapporti tra noi e io avevo fatto molti pezzi durissimi su di lui e sul sistema di potere che dal dopoguerra in poi aveva ruotato intorno a lui. Lui era l’incarnazione del potere, a Catania.
“Buongiorno, come sta… eh, lei ci ha tradito…”, esordì, con toni di rimprovero cordiale ma deciso, rude. Alludendo alle mie origini borghesi e alla regola, non scritta, in base alla quale se uno è figlio della buona società locale e vuol fare il giornalista non può non aspirare a lavorare a La Sicilia. Io ero stato un ribelle per dovere civile, mio padre mi aveva insegnato così.
Gli chiesi se potevamo intervistarlo sul caso Fava e lui, Mario Ciancio Sanfilippo, mi rispose quasi levandomi ogni possibilità di replica e di respiro: “Eh, mio caro: ma io cosa c’entro con il caso Fava? Lei lo sa io non esisto…”.
Risposi balbettando: “Eh, no dottore Ciancio. Lei esiste, eccome… Lei è l’uomo più potente della città. E fu in lite con Fava e lo cacciò da Espresso Sera. E poi ha testimoniato in aula al processo Fava”.
Lui tagliò corto e finì frettolosamente, direi democraticamente, indicandomi il nome di un collega del giornale che avrebbe potuto parlare in nome suo e del giornale.
Mario Ciancio è così. A Catania c’è e dappertutto ma “non esiste”.
Direttore- editore, imprenditore, proprietario terriero, appaltatore, finanziere, ex presidente delle Fieg. Fu lui a salvare la cordata Scalfari-Caracciolo dalla scalata di Berlusconi: aveva il 4 per cento dell’editoriale l’Espresso e lo vendette a loro permettendo così a Caracciolo di ottenere che Repubblica non finisse in mano a Berlusconi. In cambio, visto che era lui a stampare l’edizione meridionale del quotidiano romano, chiese e ottenne che per i venti anni successivi, fin dentro l’era del web e delle informazioni senza frontiere fisiche, Repubblica non facesse edizioni di Catania. Per mantenere il monopolio dell’informazione sulla città?
Fu Ciancio a comprare l’unica tv locale competitiva, Telecolor (anche quella in queste ore gli viene sequestrata, per paradosso), per chiuderla e licenziare i colleghi che ci lavoravano “senza controllo”.
Negli anni 70 Ciancio aveva licenziato Fava perché ribelle. Ma ha accolto in redazione chiunque, tutti i sindaci e i presidenti di Regione, di destra e di sinistra, indagati e con la fedina penale pulita. Ma anche i mafiosi (Ercolano) che minacciavano il giornale o chiedevano silenzio per i loro affari sporchi. Tutti ospiti graditi, senza distinzione.
Firmava Ciancio il giornale che nel nell’ottobre 1982 definì il boss Benedetto Santapaola “noto imprenditore catanese”, mentre tutta la stampa nazionale parlava del boss locale raggiunto insieme ai palermitani dal mandato di cattura firmato da Giovanni Falcone per la strage Dalla Chiesa. E due giorni dopo iniziò una campagna stampa per difendere “l’onore di Catania offesa da quella inchiesta”.
Fu il giornale di Ciancio, all’indomani del delitto Fava, a scrivere un editoriale intitolato “Fava il Pecorelli siciliano”, nel quale si negava l’esistenza della mafia e si lasciava intendere che Fava fosse stato ucciso da un marito geloso.
Nel 1985 fu Ciancio, che sui necrologi ha fondato uno dei punti di forza del suo sistema monopolistico della pubblicità in Sicilia, a negare il necrologio pagato dalla famiglia Montana, parenti del commissario di polizia Beppe Montana ucciso a Palermo, che rinnovava “ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”.
Da mesi Ciancio, sotto processo in primo grado per concorso esterno alla mafia, dice: “Sono innocente e lo dimostrerò”.
Uno può essere (e io lo sono sinceramente) garantista e aspettare le sentenze definitive.
Ma ora che la procura dispone il sequestro e la confisca di suoi beni, polizze assicurative, conti in Svizzera, 31 società e partecipazioni azionarie in 7 spa, per un totale di 150 milioni, compreso il giornale La Sicilia, uno può dire a Mario Ciancio Sanfilippo: “Eh no, caro dottor Ciancio, lei è sempre esistito a Catania”. Anzi ha pesato e determinato quasi tutto, anche le distorsioni e dovrà rispondere, anche fuori dai tribunali, dei silenzi informativi di cui il suo giornale, unico sulla scena cittadina, si è reso responsabile e delle distorsioni delle notizie e delle campagne in favore delle imprese locali colluse con la mafia.
E chiunque potrebbe rivolgere la seguente legittima richiesta: dottor Ciancio, renda a Catania la verità di questi 40 anni, restituisca quel che le ha tolto. Il senso di una comunità che da mezzo secolo non ha piena libertà di stampa.
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Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "Amiamo le nostre nazioni. Vogliamo confini sicuri. Preserviamo aziende e cittadini dalla follia della sinistra verde. Difendiamo la famiglia e la vita. Lottiamo contro il wokeismo. Proteggiamo il nostro sacro diritto alla fede e alla libertà di parola. E siamo dalla parte del buon senso. Quindi, in definitiva, la nostra lotta è dura. Ma la scelta è semplice. Ci arrenderemo al declino o combatteremo per invertirlo?". Lo ha detto Giorgia Meloni al Cpac.
"Lasceremo che la nostra civiltà svanisca? O ci alzeremo e la difenderemo? Lasceremo ai nostri figli un mondo più debole o più forte? Vorremo che le nuove generazioni si vergognino delle loro radici? O recupereremo la consapevolezza e l'orgoglio di chi siamo e glielo insegneremo? Ho fatto la mia scelta molto tempo fa e combatto ogni giorno per onorarla. E so che non sono solo in questa battaglia, che siete tutti al mio fianco, che siamo tutti uniti. E credetemi, questo fa tutta la differenza", ha concluso.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "Quando la libertà è a rischio, l'unica cosa che puoi fare è metterla nelle mani più sagge. Ecco perché i conservatori continuano a crescere e stanno diventando sempre più influenti nella politica europea. Ed ecco perché la sinistra è nervosa. E con la vittoria di Trump, la loro irritazione si è trasformata in isteria". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Cpac.
"Non solo perché i conservatori stanno vincendo, ma perché ora i conservatori stanno collaborando a livello globale. Quando Bill Clinton e Tony Blair crearono una rete liberale di sinistra globale negli anni '90, furono definiti statisti. Oggi, quando Trump, Meloni, Milei o forse Modi parlano, vengono definiti una minaccia per la democrazia. Questo è il doppio standard della sinistra, ma ci siamo abituati. E la buona notizia è che le persone non credono più alle loro bugie".
"Nonostante tutto il fango che ci gettano addosso. I cittadini continuano a votarci semplicemente perché le persone non sono ingenue come le considera l'ultimo. Votano per noi perché difendiamo la libertà", ha ribadito.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "La sinistra radicale vuole cancellare la nostra storia, minare la nostra identità, dividerci per nazionalità, per genere, per ideologia. Ma non saremo divisi perché siamo forti solo quando siamo insieme. E se l'Occidente non può esistere senza l'America, o meglio le Americhe, pensando ai tanti patrioti che lottano per la libertà in America Centrale e Meridionale, allora non può esistere nemmeno senza l'Europa". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Cpac.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - "Il Cpac ha capito prima di molti altri che la battaglia politica e culturale per i valori conservatori non è solo una battaglia americana, è una battaglia occidentale. Perché, amici miei, credo ancora nell'Occidente non solo come spazio geografico, ma come civiltà. Una civiltà nata dalla fusione di filosofia greca, diritto romano e valori cristiani. Una civiltà costruita e difesa nei secoli attraverso il genio, l'energia e i sacrifici di molti". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni alla conferenza dei conservatori a Washington.
"La mia domanda per voi è: questa civiltà può ancora difendere i principi e i valori che la definiscono? Può ancora essere orgogliosa di sé stessa e consapevole del suo ruolo? Penso di sì. Quindi dobbiamo dirlo forte e chiaro a coloro che attaccano l'Occidente dall'esterno e a coloro che lo sabotano dall'interno con il virus della cultura della cancellazione e dell'ideologia woke. Dobbiamo dire loro che non ci vergogneremo mai di chi siamo", ha scandito.
"Affermiamo la nostra identità. Affermiamo la nostra identità e lavoriamo per rafforzarla. Perché senza un'identità radicata, non possiamo essere di nuovo grandi", ha concluso la Meloni.
(Adnkronos) - "Il nostro governo - ha detto Meloni - sta lavorando instancabilmente per ripristinare il legittimo posto dell'Italia sulla scena internazionale. Stiamo riformando, modernizzando e rivendicando il nostro ruolo di leader globale".
"Puntiamo a costruire un'Italia che stupisca ancora una volta il mondo. Lasciate che ve lo dica, lo stiamo dimostrando. La macchina della propaganda mainstream prevedeva che un governo conservatore avrebbe isolato l'Italia, cancellandola dalla mappa del mondo, allontanando gli investitori e sopprimendo le libertà fondamentali. Si sbagliavano", ha rivendicato ancora la premier.
"La loro narrazione era falsa. La realtà è che l'Italia sta prosperando. L'occupazione è a livelli record, la nostra economia sta crescendo, la nostra politica fiscale è tornata in carreggiata e il flusso di immigrazione illegale è diminuito del 60% nell'ultimo anno. E, cosa più importante, stiamo espandendo la libertà in ogni aspetto della vita degli italiani", ha concluso.
Roma, 22 feb. (Adnkronos) - L'Italia è "una nazione con un legame profondo e indistruttibile con gli Stati Uniti. E questo legame è forgiato dalla storia e dai principi condivisi. Ed è incarnato dagli innumerevoli americani di discendenza italiana che per generazioni hanno contribuito alla prosperità dell'America". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Cpac a Washington. "Quindi, a loro, permettimi di dire grazie. Grazie per essere stati ambasciatori eccezionali della passione, della creatività e del genio italiani".