“Siamo nel 2018, il mercato professionale è globale. E le mamme, specie italiane, specie la mia, dovranno prima o poi farsene una ragione”. Maurizio Bocca ha 37 anni e viene da un piccolo paesino sul lago di Como, Pescate. Ha lasciato la prima volta l’Italia su un aereo diretto da Malpensa a Oulu, nord della Finlandia. Era il 15 settembre 2003: da allora non è più tornato. Oggi, dopo un dottorato, un post-doc in Usa e l’assunzione come ricercatore al centro di ricerca Bosch a Paolo Alto (California), Maurizio è direttore tecnico in un’azienda di Salt Lake City, nello Utah. L’Italia? “Da noi un neolaureato è costretto a elemosinare pseudo-contratti temporanei con stipendi molto più bassi – spiega –. O deve passare attraverso anni di praticantato lavorando quasi gratuitamente. Perché?”.

Dopo una laurea in Ingegneria informatica al Politecnico di Milano Maurizio è partito in Erasmus per la Finlandia. “Volevo imparare bene l’inglese – ricorda –. Mi ritrovai catapultato in un ambiente all’avanguardia per tecnologia e organizzazione”. Internet ad alta velocità (e gratuito) in tutto il campus, infrastrutture e laboratori attrezzatissimi, corsi con programmi aggiornati e giovani professori con i quali poter pranzare e discutere alla fine di una lezione. “Al Politecnico si faceva fatica ad ottenere anche solo un colloquio”, sorride.

La svolta a causa dell’eruzione del vulcano in Islanda: bloccato in aeroporto, conobbi un prof dello Utah

È vero, le giornate d’inverno in Finlandia passavano con due ore di luce al giorno e -42° a febbraio, ma “senza quell’esperienza, tra messicani, tedeschi, spagnoli, francesi, australiani, russi e cinesi, insomma, il mio futuro sarebbe stato diverso”. Un giorno, durante una partita a basket Maurizio conosce un ricercatore che lo coinvolge nel suo progetto: “Fu così, un po’ per caso, che mi ritrovai faccia a faccia con il professor Heikki Koivo dell’Helsinki University of Technology. Riuscii a mostrargli il mio lavoro e lui diventò il mio supervisore di laurea”. Alla fine Maurizio rimane in Finlandia a lavorare nel suo gruppo per oltre sei anni.

Nel 2010, durante una conferenza a Stoccolma, l’altro momento decisivo. “Rimanemmo bloccati tutti in aeroporto a causa dell’improvvisa eruzione del vulcano in Islanda. Lì conobbi il professor Neal Patwari della University of Utah. Lo invitai a cena, e davanti a un piatto di spaghetti (neanche così buoni) gli parlai delle mie idee da sviluppare negli Stati Uniti, magari in un post-doc”. Detto, fatto. L’anno successivo, nel 2011, Maurizio è a Salt Lake City, nello Utah.

Il primo impatto con l’America non è stato facile. Anzi. “Un vero e proprio choc culturale, tipico dell’europeo che si trova di colpo negli Usa – racconta Maurizio –. Qui è tutto più grande, spazi, strade, macchine, porzioni al ristorante”. Compresi gli stipendi. “Il trattamento economico all’estero è sicuramente migliore di quello italiano”. Maurizio ne ha avuto esperienza già in Finlandia, a Helsinki, dove un neolaureato in Ingegneria informatica “trova subito un primo impiego a tempo indeterminato e con una retribuzione di almeno 55mila euro l’anno (3.500 euro netti al mese). In Italia, invece, è costretto a elemosinare pseudo-contratti”. Ma su un punto è bene essere chiari: “Non è sufficiente vivere all’estero. Il lavoro di qualità e la professionalità pagano. Ho lavorato per anni con finlandesi e tedeschi, persone corrette ma precise e severe nel giudizio, che non lasciano nulla al caso e non regalano niente a nessuno. Specialmente agli italiani”.

Tornare? L’Italia è un paese in sofferenza

Salt Lake City è paragonabile ad una tranquilla città di provincia italiana, la vita è meno cara, caotica e frenetica che in Silicon Valley. Maurizio vive in un appartamento in centro, arriva in ufficio nella sua startup con una passeggiata di 10 minuti. Immagina di tornare, un giorno? “La questione non sta in cosa immagino, ma piuttosto in cosa mi dice la realtà. L’Italia è in questo momento un Paese in sofferenza. Purtroppo quando parli di retribuzione da noi tutto crolla. E sconti, per il semplice fatto che sono italiano, non sono disposto a farne”. Anche se la situazione legata allo status di immigrato negli Usa non è certo facile.

Dopo una brillante carriera accademica, un lavoro come ricercatore in Silicon Valley ed ora come direttore tecnico di una startup (che sta assumendo due americani) Maurizio sta ancora facendo i conti con la burocrazia dell’immigrazione. La sua domanda di Green Card è ancora “in progress” e questo giovane ingegnere italiano partito dal lago di Como 15 anni fa rischia di perdere praticamente tutto. “L’amministrazione Trump ha introdotto nel silenzio dei media e nell’ignoranza generale nuove norme che rendono il processo molto lento e difficoltoso”, spiega. Anche per quelli con un curriculum come il suo. Si ha proprio l’impressione che in questo momento, negli Usa “sul tema immigrazione si stia sparando nel mucchio”.

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