Lo so, avresti fatto finta di niente, avresti sorriso piano a tutti quelli che ti avrebbero fatto gli auguri, abbassando un po’ la testa, come per dire “va beh, dai”. Ma 60 anni sono importanti Gianmaria, “Si, ma esageruma nen”. E saresti scivolato via da ogni clamore, da ogni voglia di notizia. Perché va bene essere famoso sul palco, quando fai il tuo lavoro, ma nella vita, no, lasciatemi tranquillo. La mia voce, la mia musica sono per il pubblico, quando sono lì che suono forse sono un po’ speciale, ma per il resto no, il resto è roba mia.

Sessant’anni non sono molti oggi, ma te ne ha rubati due la “grande consolatrice”. Due anni e ci manchi, Gian, ci manchi davvero e non solo per le tue canzoni, quelle rimangono e rimarranno ancora, sei tu a mancarci. Tu con la tua timidezza, il tuo essere seriamente ironico o ironicamente serio. Tu con la memoria mai spenta della tua terra e delle tue origini, nemmeno un po’ offuscata dalla celebrità. “Perché continui a fare il capostazione?” ti aveva chiesto l’intervistatore “Sai, qui a Cuneo se uno ti chiede cosa fai e rispondi ‘il cantante’, ti dicono ‘no, ma come lavoro'” Eri così. Nemmeno quando ad applaudirti erano platee nobili, internazionali, non hai mai scordato la semplicità, il tuo venire da una provincia.

Ha il respiro corto la provincia. Ma quando riesce a sorriderci sopra, quel respiro la porta lontano. Un respiro corto, come misura del mondo, per non prendersi troppo sul serio. Mai. “C’è gente che è casa in serie B” e se da Cuneo ti chiamano a Marsiglia, ti sembra un viaggio. Ma poi ci vai. E tu ci sei andato. A piacere ai francesi, a cantare sommesso, per non disturbare troppo, sai, a smia nà roba

Il cielo sopra Cuneo… viene da sorridere Gian, Cuneo… Ci siamo abituati ormai, no? A essere presi in giro. Totò ci ha regalati al mondo come battuta. Ci vuole sempre qualcuno di cui sorridere ed è comunque meglio che far piangere. Così la provincia si sottrae alla città, si arrotonda nelle sue pieghe di monte, nelle sue onde di Langa, sorniona come un gatto.

Le onde di Langa ti portano al mare, si impennano in un ultimo guizzo d’Appennino, per poi bagnarsi in spiagge da piemontesi. Con quella faccia un po’ così, che assomiglia a quella dei liguri, che poi sono piemontesi di riviera. Il mare per chi viene dalle nostri parti è roba strana, non gli dai troppa confidenza anche se ti piace guardarlo. Mari di altri, i tuoi, Izzo, De André. Di seconda mano. Ma il mare che ci bagna è lo stesso di Marsiglia, di Londra, di Vancouver, di Buenos Aires. Lo stesso che ci bagna tutti, azzurro o verde che sia, che ci sfama e ci uccide, che ci galleggia e ci affonda. C’è un mare solo, ma siamo riusciti a metterci dei confini, a tracciare frontiere, a spezzarlo in plurali.

Eppure lo hai cercato, uomo di terra, lo hai cercato. Seguendo i passi di vecchi migranti e le voci di quelli nuovi, minatori di niente ma in cerca di sponda allo stesso modo. Odiati allo stesso modo, che “C’è infine, quando si ha fame e si ha sete qualcuno per scacciarvi” (Rimbaud). È quello il tuo mare, di transatlantici di carta che affondano allo sfiorare di goccia. È quello il tuo mare, pieno di gente contromano, che ha la vita negli occhi e te la racconta in uno sguardo. Che tanto, altro non ha.

Lo hai guardato con la diffidenza che gli si deve, il mare. Ne hai ascoltato le rime, ridisegnato il segno e hai scelto questa parte. Questa, perché fosse la nostra, di noi tutti, di chi parte e di chi arriva. Ti sei seduto sulla sponda e hai aspettato che l’onda riportasse la memoriaLo sapevamo anche noi… o peggio, lo sappiamo e facciamo finta di no. Perché il ricordo ci turba, riflette l’immagine di ciò che eravamo, l’odore dei vestiti lisi e stretti, di cartone bagnato, di olio di porto. Il suono delle voci che non capivamo, sarebbe meglio smemorati che ipocriti.

Il cielo sopra Cuneo ha un orizzonte stretto. Le montagne ti ricordano il tuo limite, così le tue canzoni – pennellate appena accennate, che lasciano intravvedere – ti obbligano a pensare, a riempire quel vuoto che vuoi lasciare. Perché dare risposte è facile. Far domande no. Chiede il peso del dubbio, la fatica del pensare, il tarlo dell’irrisolto.

Buon compleanno, Gian.

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