Sono partiti in 160, ora sono almeno venti volte tanto. Vengono dall’Honduras, ma anche da Guatemala e El Salvador, risalgono il Centroamerica macinando 40 chilometri al giorno e stanno facendo infuriare Donald Trump. La carovana di migranti è partita venerdì 12 ottobre da una stazione degli autobus a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras: ha attraversato lunedì la frontiera con il Guatemala, e giovedì i primi caminantes sono giunti a Tecùn Umàn, cittadina guatemalteca al confine con il Messico. L’obiettivo, dichiarato, è entrare negli Stati Uniti. Si muovono perlopiù a piedi, ma sfruttano ogni passaggio: si ammassano a decine a bordo di camion, auto e furgoncini e salgono persino sui tetti degli autobus. Ci sono neonati allattati dalle mamme, donne incinte e bambini per mano ai genitori. Dormono in rifugi improvvisati o palestre messe a disposizione da associazioni locali, mangiando perlopiù il cibo che viene loro offerto da volontari lungo il cammino.
Il concentramento a Tecùn Umàn – Dopo 500 chilometri di cammino, la marcia ha raggiunto il confine tra Guatemala e Messico. È il primo vero banco di prova per i migranti: mentre dall’Honduras si può passare in Guatemala con un semplice documento d’identità, per entrare in Messico serve il passaporto. E ben pochi dei marciatori ne sono in possesso, riportava nei giorni scorsi l’Associated Press. Dopo aver attraversato il Guatemala passando per la capitale, i primi profughi hanno raggiunto giovedì la città di confine di Tecùn Umàn, nel dipartimento di San Marcos, attraversata dal rio Suchiate che segna il confine con il Messico. Il grosso della carovana, però, è arrivato nella giornata di venerdì 19: i migranti si stanno radunando nel parco centrale della città, da dove poi tenteranno tutti insieme di varcare il confine. Alcuni ci hanno già provato, imbarcandosi su natanti di fortuna per guadare il fiume.

Le autorità del Guatemala hanno messo a punto dieci rifugi provvisori per le persone radunate a Tecùn Umàn; volontari, organizzazioni e istituzioni distribuiscono cibo e generi di prima necessità. Alcuni migranti diretti verso la città a bordo di autobus sono stati fermati e fatti scendere dalla polizia lungo la strada. Trattenuti per il controllo dei documenti, hanno dovuto proseguire il viaggio camminando al bordo della carreggiata. Altri 200, invece, hanno deciso volontariamente di tornare in Honduras, ha comunicato la ministra honduregna per i diritti umani, Karla Cuevas. “Verrà loro assicurato un rientro assistito, le istituzioni li accoglieranno e faranno in modo che vengano riportati nelle loro città in condizioni degne, ha dichiarato”.
Il Messico schiera l’esercito al confine – Il governo messicano, intanto, si prepara a contenere il tentativo, con lo schieramento di centinaia di agenti di polizia al suo confine meridionale. Alla frontiera ci sono anche rappresentanti della Commissione nazionale per i diritti umani, incaricati di verificare il trattamento ricevuto dai migranti che cercheranno di entrare in Messico. Le forze dell’ordine non avranno compiti di “repressione” ma solo di “contenimento”, ha precisato il capo della polizia, Manelich Castilla, in una intervista a Foro TV. Intervenendo al Parlamento, il ministro degli Interni messicano Alfonso Navarrete ha anticipato di voler spiegare “con tutta la chiarezza possibile” al governo americano “che respingiamo qualsiasi tentativo di pressioni per cambiare le nostri leggi perché non intendiamo farlo”. Il governo di Andrès Lòpez Obrador ha anche annunciato la sua intenzione di chiedere all’Unhcr aiuto per individuare una soluzione “di carattere umanitario” per i migranti in arrivo, precidando che non consentirà l’ingresso dei migranti nel suo paese senza i necessari documenti. Non tutte le persone in arrivo potranno presentare richiesta per lo status di rifugiato, ma il Paese centro americano cercherà di fornire al numero maggiore possibile di loro “protezione umanitaria e il rispetto dei loro diritti umani”, ha precisato Navarrete.
La fuga dei migranti – San Pedro Sula, la città da cui è partito il nucleo originario dei profughi, è la città più violenta dell’Honduras e una delle più pericolose al mondo: un rapporto pubblicato nel 2013 parlava di 169 omicidi ogni 100mila abitanti. Scappano dalla povertà, dal crimine di strada e dalla violenza del narcotraffico: alcuni marciano sventolando le bandiere bianche e blu dello stato centroamericano. È diffusa la rabbia verso il presidente nazionalista Juan Orlando Hernandez, considerato corrotto e incapace di contrastare in modo efficace il crimine organizzato. Hernandez, da parte sua, ha accusato i gruppi politici a lui rivali, e in particolare l’ex presidente Manuel Zelaya, di aver incoraggiato la carovana. “Ci sono settori della politica che vogliono destabilizzare il Paese, ma saremo decisi e non lo permetteremo“, ha dichiarato. Lunedì, a Esquipulas, 10 chilometri oltre il confine guatemalteco, le autorità del Paese hanno arrestato il portavoce del gruppo, il giornalista ed ex parlamentare honduregno Bartolo Fuentes, con l’accusa di non essersi registrato correttamente agli uffici d’immigrazione. La carovana è stata fatta fermare per un paio d’ore, ma alla fine ha potuto proseguire.
Trump: “Fermateli o ritiro gli aiuti” – La marcia, che è stimata coinvolgere 4mila persone, ha attirato giorno dopo giorno l’attenzione dei media di tutto il mondo. Martedì è intervenuto Donald Trump: il presidente Usa teme che la copertura mediatica incoraggi altri centroamericani ad unirsi al percorso, rendendo più difficile la gestione del loro arrivo quando e se raggiungeranno il confine con gli Usa. Inoltre, la minaccia ai confini rappresenta un ottimo argomento di propaganda in vista delle elezioni di medio termine, previste fra tre settimane. Trump ha dedicato alla questione un gran numero di tweet nelle ultime ore, minacciando di cancellare gli aiuti umanitari ai governi di Guatemala, Honduras e El Salvador se non impediranno ai profughi di proseguire.
“Oltre a interrompere tutti i pagamenti a questi Paesi, che sembrano non avere alcun controllo sulla propria popolazione, devo chiedere in modo deciso al Messico di fermare questo assalto“, ha twittato Trump. “Se non riusciranno a farlo, chiamerò l’esercito e sbarrerò i confini“. E se l’è presa con i democratici, colpevoli a suo dire di opporsi a leggi più severe sull’immigrazione: “È difficile credere che con migliaia di persone a Sud del confine che avanzano senza ostacoli verso il nostro Paese in grandi carovane, i Democratici non vogliano approvare leggi per la protezione delle frontiere. Sarà un importante argomento di campagna elettorale per i Repubblicani!”. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver parlato con il presidente del Guatemala Jimmy Morales, incoraggiandolo a scoraggiare i propri connazionali dall’unirsi alla marcia.
Luis Navarreto, honduregno di 32 anni, intervistato dal Washington Post dice di aver saputo della furia di Trump verso la carovana di cui fa parte, ma di non essere spaventato. “Continueremo”, ha detto, “È Dio che decide qui, non Trump. Non abbiamo altra scelta se non di andare avanti”.
Mondo
Migranti, la carovana che spaventa Trump: in 4mila marciano verso gli Usa. E il Messico invia l’esercito al confine
Il gruppo di 160 profughi partito giorni fa da San Pedro Sula si è moltiplicato di oltre venti volte risalendo l'America centrale. Sono giunti al confine con il Messico, e da lì vogliono negli Usa: dicono di scappare dalla povertà e dalla violenza del narcotraffico. Trump ha minacciato di ritirare gli aiuti umanitari ai governi di Honduras, Guatemala e El Salvador se non li fermeranno
Sono partiti in 160, ora sono almeno venti volte tanto. Vengono dall’Honduras, ma anche da Guatemala e El Salvador, risalgono il Centroamerica macinando 40 chilometri al giorno e stanno facendo infuriare Donald Trump. La carovana di migranti è partita venerdì 12 ottobre da una stazione degli autobus a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras: ha attraversato lunedì la frontiera con il Guatemala, e giovedì i primi caminantes sono giunti a Tecùn Umàn, cittadina guatemalteca al confine con il Messico. L’obiettivo, dichiarato, è entrare negli Stati Uniti. Si muovono perlopiù a piedi, ma sfruttano ogni passaggio: si ammassano a decine a bordo di camion, auto e furgoncini e salgono persino sui tetti degli autobus. Ci sono neonati allattati dalle mamme, donne incinte e bambini per mano ai genitori. Dormono in rifugi improvvisati o palestre messe a disposizione da associazioni locali, mangiando perlopiù il cibo che viene loro offerto da volontari lungo il cammino.
Il concentramento a Tecùn Umàn – Dopo 500 chilometri di cammino, la marcia ha raggiunto il confine tra Guatemala e Messico. È il primo vero banco di prova per i migranti: mentre dall’Honduras si può passare in Guatemala con un semplice documento d’identità, per entrare in Messico serve il passaporto. E ben pochi dei marciatori ne sono in possesso, riportava nei giorni scorsi l’Associated Press. Dopo aver attraversato il Guatemala passando per la capitale, i primi profughi hanno raggiunto giovedì la città di confine di Tecùn Umàn, nel dipartimento di San Marcos, attraversata dal rio Suchiate che segna il confine con il Messico. Il grosso della carovana, però, è arrivato nella giornata di venerdì 19: i migranti si stanno radunando nel parco centrale della città, da dove poi tenteranno tutti insieme di varcare il confine. Alcuni ci hanno già provato, imbarcandosi su natanti di fortuna per guadare il fiume.
Le autorità del Guatemala hanno messo a punto dieci rifugi provvisori per le persone radunate a Tecùn Umàn; volontari, organizzazioni e istituzioni distribuiscono cibo e generi di prima necessità. Alcuni migranti diretti verso la città a bordo di autobus sono stati fermati e fatti scendere dalla polizia lungo la strada. Trattenuti per il controllo dei documenti, hanno dovuto proseguire il viaggio camminando al bordo della carreggiata. Altri 200, invece, hanno deciso volontariamente di tornare in Honduras, ha comunicato la ministra honduregna per i diritti umani, Karla Cuevas. “Verrà loro assicurato un rientro assistito, le istituzioni li accoglieranno e faranno in modo che vengano riportati nelle loro città in condizioni degne, ha dichiarato”.
Il Messico schiera l’esercito al confine – Il governo messicano, intanto, si prepara a contenere il tentativo, con lo schieramento di centinaia di agenti di polizia al suo confine meridionale. Alla frontiera ci sono anche rappresentanti della Commissione nazionale per i diritti umani, incaricati di verificare il trattamento ricevuto dai migranti che cercheranno di entrare in Messico. Le forze dell’ordine non avranno compiti di “repressione” ma solo di “contenimento”, ha precisato il capo della polizia, Manelich Castilla, in una intervista a Foro TV. Intervenendo al Parlamento, il ministro degli Interni messicano Alfonso Navarrete ha anticipato di voler spiegare “con tutta la chiarezza possibile” al governo americano “che respingiamo qualsiasi tentativo di pressioni per cambiare le nostri leggi perché non intendiamo farlo”. Il governo di Andrès Lòpez Obrador ha anche annunciato la sua intenzione di chiedere all’Unhcr aiuto per individuare una soluzione “di carattere umanitario” per i migranti in arrivo, precidando che non consentirà l’ingresso dei migranti nel suo paese senza i necessari documenti. Non tutte le persone in arrivo potranno presentare richiesta per lo status di rifugiato, ma il Paese centro americano cercherà di fornire al numero maggiore possibile di loro “protezione umanitaria e il rispetto dei loro diritti umani”, ha precisato Navarrete.
La fuga dei migranti – San Pedro Sula, la città da cui è partito il nucleo originario dei profughi, è la città più violenta dell’Honduras e una delle più pericolose al mondo: un rapporto pubblicato nel 2013 parlava di 169 omicidi ogni 100mila abitanti. Scappano dalla povertà, dal crimine di strada e dalla violenza del narcotraffico: alcuni marciano sventolando le bandiere bianche e blu dello stato centroamericano. È diffusa la rabbia verso il presidente nazionalista Juan Orlando Hernandez, considerato corrotto e incapace di contrastare in modo efficace il crimine organizzato. Hernandez, da parte sua, ha accusato i gruppi politici a lui rivali, e in particolare l’ex presidente Manuel Zelaya, di aver incoraggiato la carovana. “Ci sono settori della politica che vogliono destabilizzare il Paese, ma saremo decisi e non lo permetteremo“, ha dichiarato. Lunedì, a Esquipulas, 10 chilometri oltre il confine guatemalteco, le autorità del Paese hanno arrestato il portavoce del gruppo, il giornalista ed ex parlamentare honduregno Bartolo Fuentes, con l’accusa di non essersi registrato correttamente agli uffici d’immigrazione. La carovana è stata fatta fermare per un paio d’ore, ma alla fine ha potuto proseguire.
Trump: “Fermateli o ritiro gli aiuti” – La marcia, che è stimata coinvolgere 4mila persone, ha attirato giorno dopo giorno l’attenzione dei media di tutto il mondo. Martedì è intervenuto Donald Trump: il presidente Usa teme che la copertura mediatica incoraggi altri centroamericani ad unirsi al percorso, rendendo più difficile la gestione del loro arrivo quando e se raggiungeranno il confine con gli Usa. Inoltre, la minaccia ai confini rappresenta un ottimo argomento di propaganda in vista delle elezioni di medio termine, previste fra tre settimane. Trump ha dedicato alla questione un gran numero di tweet nelle ultime ore, minacciando di cancellare gli aiuti umanitari ai governi di Guatemala, Honduras e El Salvador se non impediranno ai profughi di proseguire.
“Oltre a interrompere tutti i pagamenti a questi Paesi, che sembrano non avere alcun controllo sulla propria popolazione, devo chiedere in modo deciso al Messico di fermare questo assalto“, ha twittato Trump. “Se non riusciranno a farlo, chiamerò l’esercito e sbarrerò i confini“. E se l’è presa con i democratici, colpevoli a suo dire di opporsi a leggi più severe sull’immigrazione: “È difficile credere che con migliaia di persone a Sud del confine che avanzano senza ostacoli verso il nostro Paese in grandi carovane, i Democratici non vogliano approvare leggi per la protezione delle frontiere. Sarà un importante argomento di campagna elettorale per i Repubblicani!”. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver parlato con il presidente del Guatemala Jimmy Morales, incoraggiandolo a scoraggiare i propri connazionali dall’unirsi alla marcia.
Luis Navarreto, honduregno di 32 anni, intervistato dal Washington Post dice di aver saputo della furia di Trump verso la carovana di cui fa parte, ma di non essere spaventato. “Continueremo”, ha detto, “È Dio che decide qui, non Trump. Non abbiamo altra scelta se non di andare avanti”.
TRUMP POWER
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“Qatargate, la procura del Belgio ha chiesto la revoca dell’immunità parlamentare per le due eurodeputate del Pd Moretti e Gualmini”
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Dazi Usa su Canada, Messico e Cina. Parte la guerra commerciale. Borse Ue in calo, crolla Stellantis che rischia una botta sugli utili
Roma, 4 mar. (Adnkronos) - "Chiediamo che la premier Meloni venga in aula prima del consiglio europeo di giovedì 6 marzo". Alla richiesta della presidente dei deputati Pd, Chiara Braga, in aula alla Camera si sono associate anche le altre opposizioni. "E' inaccettabile che il presidente del Consiglio si sottragga al Parlamento che non è il passacarte dei decreti del governo. Siamo abituati alla sedia vuota della Meloni ma siamo ancor piu' preoccupati dell'assenza in aula. Qual è la posizione di Meloni su Europa, sulla collocazione internazionale, sulla difesa comune, sull'Ucraina, sui dazi? Meloni deve riferire al Parlamento", sottolinea Braga.
Marco Grimaldi di Avs ha chiesto anche un'informativa al ministro degli Esteri, Antonio Tajani: "Chiediamo al governo di uscire dal silenzio". E quindi Benedetto Della Vedova di Più Europa: "Noi vogliamo che la premier venga a riferire. Lo fa per i consigli europei ordinari, molto meno rilevanti. Lo faccia a maggior ragione per questo consiglio europeo straordinario che ha una straordinaria importanza. Venga a spiegare quale è la posizione che intende portare". Fabrizio Benzoni, rinnovando la richiesta a nome di Azione, osserva: "Forse la premier Meloni ha paura di confrontarsi con l'opposizione, ma anche con la sua maggioranza vista la posizione della Lega. Siamo pronti anche a bloccare i lavori pur di avere una risposta dalla presidente del Consiglio".
Infine i 5 Stelle con il capogruppo Riccardo Ricciardi: "Abbiamo chiesto le comunicazioni di Meloni e non una informativa in modo che ci sia un voto. Lo abbiamo chiesto mercoledì scorso e nel frattempo è successo di tutto: un piano da 800 miliardi di riarmo dell'Europa, i dazi di Trump e lo scontro tra Trump e Zelensky nello studio ovale e Meloni ancora non si degna di venire in Parlamento". Infine Maria Elena Boschi di Italia Viva: "Ci uniamo alla richiesta delle altre opposizioni, richiesta già avanzata all'ultima capigruppo e rinnovata con lettera il 1 marzo al presidente della Camera. Non abbiamo avuto risposte. Nelle prossime 48 ore questo Parlamento non può discutere alcun argomento più importante di quello del consiglio europeo di giovedì 6 marzo. Noi siamo pronti a convocarci, anche di notte".
(Adnkronos) - “Sono passati 20 anni da quando Nicola Calipari ha perso la vita, durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Un sacrificio che resta impresso nella memoria collettiva del Paese. Oggi sottolineiamo come Calipari rappresenti un esempio di impegno, professionalità e umanità. Un uomo che ha donato la propria vita proteggendo con il suo corpo Giuliana Sgrena. Un gesto istintivo e consapevole, che conferma il valore di un servitore dello Stato". Lo scrive su Facebook il vicepresidente di Noi moderati alla Camera Pino Bicchielli, capogruppo in commissione Difesa.
"Il dolore e la rabbia per la sua perdita -aggiunge- restano vivi, alimentati dalla mancanza di una giustizia compiuta. Troppe incongruenze e omissioni hanno segnato questa vicenda, in contrasto con la dedizione che Calipari ha sempre dimostrato. Fu un grande mediatore, capace di tessere relazioni complesse con attenzione e sensibilità. A Forte Braschi, sede a lui intitolata, il ricordo rimane vivo, così come nei tanti che scelgono di servire il Paese con la stessa dedizione. L’Italia intera conserva con orgoglio la memoria di una figura di tale rilievo umano e professionale”.
Roma, 4 mar. (Adnkronos) - "Di fronte alle minacce e alle fratture operate da Trump, alla sospensione degli aiuti militari a Kiev, armarsi fino ai denti non è la soluzione per l'Europa. Non lo sono 27 eserciti che ingrassano le industrie di armamenti. Il protagonismo dell'Europa non si recupera senza fare i conti con decenni persi senza costruirsi un’identità politica. Si assuma un'iniziativa diplomatica per la pace, una volta per tutte. Se non si cambia passo si muore". Lo ha detto intervenendo alla Camera il Vicecapogruppo di AVS alla Camera Marco Grimaldi chiedendo una informativa alla presidenza del Consiglio Meloni e al ministro degli Esteri Tajani.
Roma, 4 mar. (Adnkronos) - "Chiediamo la presenza in aula della presidente del Consiglio. Ieri sera l'abbiamo sentita in tv.: riflessioni interessanti ma anche confuse. Prendiamo atto che ancora una volta la premier ha scelto il video, con le domande compiacenti di qualche intervistatore, invece che venire in quest'aula". Così la presidente dei deputati Pd, Chiara Braga, in aula alla Camera chiedendo la presenza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Parlamento.
"Non intendiamo entrare nel merito delle cose dette" da Meloni e "neanche delle provocazioni: la premier ha chiesto in tv alle opposizioni cosa pensano dell'invio di truppe a Kiev senza mai aver comunicato nelle sede ufficiali le intenzioni del governo. Non basta un incontro volante con i giornalisti a margine di vertici internazionali. Rinnovo a nome del Pd la richiesta già fatta la scorsa settimana: la presidente del Consiglio venga in Parlamento".
Roma, 4 mar. (Adnkronos) - “Quando la scienza entra in commissione Covid, la verità emerge in modo chiaro ed inequivocabile. Anche Nicola Petrosillo, già direttore del Dipartimento clinico e di ricerca dell'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, ha confermato che i vaccini sono stati fondamentali per contenere la diffusione del virus. Allo stesso modo, ha sottolineato come la pandemia abbia preso alla sprovvista tutto il mondo, con la conseguenza che gli interventi, compresi quelli farmacologici, avvenivano man mano che emergevano nuove evidenze scientifiche”. Così, la senatrice di Forza Italia e vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli.
Milano, 4 mar. (Adnkronos) - "La grande, importante e complessa novità di quest’anno, che vogliamo lanciare al nostro mondo e ai nostri stakeholder, è l’impegno sul tema dell'educazione sentimentale. Un tema da inserire nel mondo della scuola, indispensabile per aiutare i giovani a imparare, oltre l'abc della grammatica, anche l’abc dei sentimenti e avere strumenti migliori per inserirsi in un mondo di relazione meno individuale e più collettivo. È un argomento complesso, ma ne vogliamo discutere. Le cooperative lo faranno nei territori con le associazioni, con le istituzioni, con i nostri soci. Perché solo da una consapevolezza collettiva si può anche essere più credibili e più proattivi verso le istituzioni". Così Maura Latini, presidente di Coop Italia, in occasione della presentazione della campagna 'Dire, fare, amare', a favore dell’educazione alle relazioni nella scuola, lanciata da Coop nell’ambito della quinta edizione del progetto 'Close the gap' dedicato alla parità di genere e all’inclusione.
Nel corso dell’evento, Coop ha presentato anche i risultati dell’indagine 'La scuola degli affetti' svolta in collaborazione con Nomisma e gli ultimi dati di avanzamento dell’impegno di Coop per la parità di genere e l’inclusione, come le certificazioni di genere e l’inserimento di donne vittime di violenza. In particolare, Coop ha "confermato una quota importante di donne nel gruppo dirigente e nel consiglio d'amministrazione, oltre alla formazione delle donne per ruoli di responsabilità - fa sapere la presidente Latini -. A questo si è aggiunta anche la certificazione Uni 125 sulla parità di genere. Una certificazione che ogni anno deve essere rinnovata e che per questo richiede un lavoro costante perché l'ambiente di lavoro vada nella direzione giusta - dice - A questo abbiamo aggiunto anche un impegno importante sulla formazione per l'inclusione e la parità di genere - aggiunge - con i nostri fornitori di prodotto a marchio, che su base volontaria hanno aderito, usufruendo di prodotti formativi realizzati da Oxfam e da scuola Coop".
Oltre ai risultati raggiunti, Coop si impegna per un futuro a sostegno delle donne e della parità di genere: "Il nostro impegno continuerà come ogni anno, contro la violenza di genere a sostegno di Differenza Donna, il numero 1522 e le case famiglia che nei territori accolgono le donne. Ma c'è una novità molto bella - annuncia Latini - nelle nostre cooperative i direttori del personale si stanno impegnando per inserire all'interno del mondo del lavoro donne fuoriuscite da un percorso di violenza, perché l'autonomia economica data dal lavoro è un elemento fondamentale affinché una donna che ha vissuto qualcosa di così traumatico si possa affrancare", le sue parole.
Milano, 4 mar. (Adnkronos) - Dalla survey 'La scuola degli affetti', svolta in collaborazione con Nomisma, con la quale si è indagata l’opinione delle famiglie italiane sulla necessità di inserire l’educazione alle relazioni nel percorso formativo di bambini e ragazzi, tema al centro della campagna 'Dire, fare, amare' di Coop Italia lanciata nell’ambito della quinta edizione del progetto 'Close the Gap', emerge che "le famiglie sono consapevoli dell’importanza che avrebbe l’avere corsi di educazione sessuale nelle scuole, perché è il contesto adatto. Al tempo stesso però, le famiglie sono preoccupate dal fatto che questi temi possano essere trattati con superficialità e che manchi il personale competente, in grado di trasmettere queste competenze ai ragazzi. È una giusta preoccupazione, che si supera sapendo che il personale competente è presente ed è in grado di trasmettere queste conoscenze e competenze in modo corretto". Queste le parole di Antonella Dentamaro, vice presidente di Aied nazionale - Associazione italiana per l'educazione alla demografia, in occasione della presentazione della campagna 'Dire, fare, amare'.
Oltre ai risultati dell’indagine, nel corso dell’evento Coop ha presentato anche gli ultimi dati di avanzamento dell’impegno di Coop per la parità di genere e l’inclusione, come le certificazioni di genere e l’inserimento di donne vittime di violenza: "Abbiamo, infatti, le linee guida dell'Oms, che sono state pensate e studiate da un gruppo multidisciplinare di professionisti della materia, che hanno concepito linee guida specifiche a seconda della fascia d'età. Infatti, ogni età ha le proprie competenze da acquisire - sottolinea Dentamaro - E' un protocollo sperimentato. Non si può parlare di neutralità perché niente è neutrale, ma è molto scientifico, molto sicuro e accogliente nel modo di trasmettere le competenze. Quindi, non c'è nulla da inventare: si tratta di iniziare ad avere questo percorso nel nostro sistema scolastico e in questo modo rinnovare la scuola, anche perché è una richiesta che arriva dagli stessi ragazzi, sostenuti dalle famiglie", conclude.