L’immagine simbolo di questa acqua alta – l’ennesima – a Venezia non è la solita infilata di turisti sulle passerelle a San Marco, ma quella di indifferenti avventori in un ristorante sul cui pavimento ci sono 30 cm di acqua almeno ed i camerieri che scivolano, come foche tra i tavoli, reggendo in alto grappoli di pizze.

Quello che colpisce è l’assuefazione alle catastrofi: per carità gli allegri turisti non corrono alcun pericolo serio se non quello di passare la notte bloccati dai reumatismi, ma ormai, e non solo nel nostro paese, attrae più l’orrido (magari evocatore di una tragedia come l’annunciato prossimo varo della Titanic 2, a quando la Costa Concordia 2?) che il bello. Ci si assuefa e si banalizzano persino gli stupri delle persone, figuriamoci quelli sull’ambiente, paesaggio e monumenti.

Si andrà a Venezia non per vedere il suo straordinario patrimonio e la sua urbanistica polibaricentrica, non per godere degli spazi solenni della Biblioteca Marciana (dove tra l’altro sono custodite le prime mappe della città, le “chiazze” colorate del primo insediamento urbano da un codice cartaceo e la pianta del 1346 di Paolino) e neanche per vedere il basso rilievo con il simbolo del leone sul palazzo del Megio. I turisti vorranno assistere alla lenta agonia, un minuto prima che l’acqua ti arrivi alla cintola, appena in tempo per raggiungere il “condominio galleggiante” a 10 piani, che ti aspetta a pochi passi da San Marco.

Non che all’acqua alta i veneziani non ci siano abituati, lo sono talmente da arrivare a titolare così una piccola libreria al sestiere Castello, ma l’appello del primo procuratore della Basilica, Carlo Tesserin, suona inquietante: “In un solo giorno la basilica è invecchiata di vent’anni e forse è una considerazione ottimista”. Sono stati allagati decine di metri del pavimento a mosaico di fronte all’altare della Madonna Nicopeia, e completamente inondati il Battistero e la Cappella Zen; i due giorni in cui le strutture di mattoni, che una recente riscrittura di Roberto Cecchi data al IX secolo come impianto architettonico voluto dai Particiaci (famiglia patrizia di dogi), sono state imbevute di acqua salmastra, hanno messo a rischio il monumento più connotativo di Venezia e i mosaici che adornano le volte. Lo sgomento di Tesserin è un grido di dolore dopo le vane promesse della salvaguardia di Venezia di cui ho un ricordo da tempi immemori: il problema dell’acqua alta è da secoli soggetto agli effetti della subsidenza e dell’eustatismo. Ma mentre la subsidenza è un processo naturale, l’eustatismo è invece un processo di variazione del livello del mare per effetto dei cicli climatici del globo.

Dato per scontato che il problema dell’acqua alta è endemico, più che pensare a costruire costose macchine per tentare di bloccare l’emergenza, occorrerebbe contenere la maggior parte delle cause scatenanti a cui ora va aggiunto adesso anche il cambiamento climatico. Oltre ciò la grande accusata da sempre è in particolare la creazione della zona industriale di Marghera che ha determinato nel tempo una forte accelerazione del fenomeno di abbassamento dei terreni lagunari rispetto al livello del mare. Si sono fatti e spesi più soldi e tempo in commissioni di studio che a cercare di rimuovere le cause e non gli effetti.

Occorre difendere seriamente Venezia e il suo delicato tessuto che non è più in grado di reggere altri disastrosi allagamenti. Ma la Laguna va anche governata da un’invasione di pseudo amanti della città, dei quali non beneficiano certo le casse comunali né il commercio che è forse più pingue nelle oltre 90 copie della città lagunare sparse per il mondo. D’altra parte la miope visione dell’immediato ma tutto sommato modesto introito determinato da una massa incontrollata di turisti, è quella che impera in tutt’Italia per niente propensa a tutelare la sua straordinaria, ma non perenne, bellezza.

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