Per la prima volta hanno ricostruito lo scheletro della “Società”, la mafia foggiana responsabile di centinaia di omicidi negli ultimi trent’anni in buona parte irrisolti. E nelle rete sono finiti tutti i boss delle batterie del capoluogo dauno, compresi Rocco Moretti, Vito Bruno Lanza e Roberto Sinesi, in carcere assieme ad altre 27 persone al termine di due anni di lavoro della procura di Foggia guidata da Ludovico Vaccaro e della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che ha cucito 11 diverse indagini portate avanti da carabinieri e polizia.

“Inquinati i gangli vitali della vita sociale” – “La decima-azione”, l’hanno ribattezzata con un gioco di parole che tiene insieme il numero delle più importanti operazioni contro la criminalità foggiana e il senso racchiuso nel maxi-blitz che ha decimato, appunto, le due più importanti “batterie”, come i clan vengono chiamati nel nord della Puglia. Le famiglie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla che erano riuscite “ad inquinare tutti i gangli vitali della vita sociale, economica e amministrativa”, scrive il giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza di arresto. Con un modello” che secondo il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho replica quello ‘ndranghetista

Lo scheletro dell’organizzazione – Associazione di stampo mafioso, estorsioni e tentato omicidio i reati contestati a vario dalla Dda guidata dal procuratore capo Giuseppe Volpe che ha affidato le indagini all’aggiunto Francesco Giannella e ai pm Giuseppe Gatti, Federico Perrone Capano, Lidia Giorgio e Simona Filoni. Così l’Antimafia, con il certosino lavoro della Squadra mobile foggiana e dei carabinieri guidati dal comandante provinciale Marco Aquilio, ha rimesso insieme le tessere del puzzle restituendo per la prima volta una fotografia nitida dell’organizzazione: la struttura delle batterie, tutte su base famigliare, la cassa comune dei clan e i riti di affiliazione che finora non erano conosciuti e invece per la prima volta si scopre che esistono anche qui, come per Cosa Nostra‘ndrangheta. Perché sul braccio di Roberto Tizzano, ucciso nella settima guerra di mafia nel 2016, era tatuata la nascita di Leonardo Lanza, uno dei presunti boss: una sorta di atto di fedeltà nei confronti del capo.

“Una cappa opprimente” – Ma investigatori e inquirenti hanno anche mappato come la Società Foggiana risolve i dissidi interni e controlla il territorio. Nell’inchiesta è stato appurato quando si  decide di lavare con il sangue gli sgarri e l’aggressione “parassitaria” della città con infiltrazioni nel tessuto economico. Nella logica criminale dei clan, infatti, le persone da estorcere non vanno selezionate. “Abbiamo capito che il pizzo viene chiesto a tappeto, senza alcuna distinzione tra il piccolo negozietto e gli imprenditori – spiega il comandante provinciale dei carabinieri Marco Aquilio a Ilfattoquotidiano.it – E ora proprio dalla popolazione ci aspettiamo un passo avanti. Perché oggi abbiamo tolto una cappa che opprimeva la città e serve uno scatto dei cittadini. Quasi le persone che abbiamo sentito nel corso delle indagini hanno negato, anche di fronte all’evidenza. Non per connivenza, sia chiaro, ma per paura. Non deve più accadere. Lo Stato ha fatto capire che c’è”.

 “Omertà assoluta e totale soggezione dei cittadini” – E se per il procuratore Volpe “qualche segnale positivo c’è”, il gip rimarca “l’omertà assoluta della popolazione” con un “limitatissimo apporto all’accertamento di reati commessi” rispetto “alla elevatissima percentuale di ipotesi che vengono colte durante le attività tecniche e investigative in corso”. Una larga fascia della popolazione, rimarca il gip, “subisce silenziosamente i torti e le angherie” in “totale soggezione” nei confronti della Società.

De Raho: “Replicato il modello ‘ndranghetista” – La mafia foggiana, ha precisato il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, “replica il modello ‘Ndranghetista”, basato sul “legame strettissimo per il vincolo di sangue, affiliazioni, gerarchie e cassa comune. Ai pochi coraggiosi imprenditori che hanno denunciato va tutto il nostro appoggio e la nostra vicinanza”. L’attività estorsiva, spiega il gip nell’ordinanza di arresto, riguardava perfino le agenzie funebri potendo avere notizie riservate – evidentemente trasmesse da dipendenti comunali – sul numero giornaliero dei decessi. Nonché tutte le sale scommesse, anche quelle gestite da familiari e parenti “perché – affermavano i membri dei clan che sono stati intercettati – non ce ne frega niente… il giro delle macchinette noi li dividiamo ogni tre mesi”. Vittime delle estorsioni erano anche i costruttori edili. In un’intercettazione, i clan avvertono un imprenditore: “Se non stai vendendo, tu neanche costruisci. Comunque ho detto a noi non ce ne frega niente… ci devono pagare tutti quanti, tutti i costruttori”. C’è una conversazione tra le centinaia captate che, più delle altre, racconta il potere delle famiglie: “Ti deve dare 500 euro al mese – dice un membro del clan a un affiliato paragonandosi di fatto alle istituzioni – Il Comune apre e chiude la serranda. Diglielo, allora l’assessore ai lavori pubblici ha detto di chiudere la serranda”.

Le pressioni sul Foggia Calcio – Secondo gli investigatori, tutti i trenta indagati sono responsabili di tutti gli episodi di estorsione nei confronti di negozianti ed imprenditori a Foggia in un periodo compreso tra i primi mesi del 2017 fino ad oggi. Tra gli spunti investigativi che hanno portato agli arresti odierni, particolari emersi – secondo quanto si è saputo – nell’ambito delle indagini sull’omicidio Tizzano, il giovane 21enne ucciso in città, all’interno del Bar H24, a ottobre 2016. Dagli atti delle indagini emergono anche presunte pressioni che sarebbero state esercitate negli anni scorsi su dirigenti, ex dirigenti ed ex allenatore del Foggia Calcio per l’ingaggio di un calciatore foggiano, oltre a un piano per uccidere l’ispettore capo della Squadra mobile della polizia.

La corruzione dei fantini per truccare l’ippica – Secondo l’Antimafia barese, i clan corrompevano anche i fantini con 600 euro “per non piazzarsi” e far “vincere il fantino di volta in volta individuato”. Una circostanza – sottolineano gli inquirenti – che emerge dalle intercettazioni che hanno evidenziato come “i membri della ‘Società foggiana’ avevano agganciato il ‘vecchiarello’, uomo di Napoli, in grado di truccare le corse Tris, facendo vincere il fantino di volta in volta individuato, corrompendo gli altri fantini con 600 euro per non piazzarsi”. E tra gli indagati, è emerso anche, ci sarebbe stato il nome di Rodolfo Bruno, un pregiudicato foggiano. Lo hanno ucciso prima dell’arresto: lo scorso 15 novembre, Bruno è stato freddato da due killer in un bar all’interno di una stazione di servizio sulla tangenziale del capoluogo.

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