Etica, che parolone. E soprattutto che abuso improprio nel nostro Paese. Se poi ci riferiamo al mondo della finanza, allora rischiamo addirittura il ridicolo. Tutti hanno ormai un codice etico. Le banche si sono date e vieppiù si danno codici etici. I consigli di amministrazione delle maggiori società approvano codici etici di comportamento. La Borsa italiana ha suggerito un codice etico. I fondi comuni d’investimento hanno un codice etico. È stato approvato un codice etico per regolare la buona condotta nelle relazioni e nella circolazione delle informazioni tra procura della Repubblica e sindaci dei Comuni. Abbiamo da tempo i codici etici delle professioni.

Anche le piccole aziende italiane ora si forniscono di codici etici per regolare le operazioni con i clienti, con i soci, per gestire i consigli di amministrazione e le assemblee. Le stesse leggi fanno richiamo ai codici etici. Basta scorrere Il Sole 24 Ore, il giornale degli uomini d’affari e anche dei bilanci alterati, per trovare ripetuti richiami all’etica e alla morale degli affari. Sentiamo peraltro dire che lo stesso mercato, i consumatori, i risparmiatori, se resi coscienti dei vantaggi possono premiare le imprese etiche.

Troppa richiesta di etica in un Paese dove i casi di comportamenti immorali (e non solo nella finanza) sono cronaca quotidiana. È tutto così confuso, troppo confuso. Dobbiamo prendere coscienza del senso delle cose attraverso l’analisi, per non lasciarci convincere dalla seduzione, anziché dalla argomentazione; per evitare la trappola di quella propaganda che nei fatti riesce a deviare dagli obiettivi predicati; per sfuggire a quella figura retorica che chiamiamo ipocrisia.

Quando parliamo di “etica” ci riferiamo generalmente al concetto di “dovere morale” di una banca. Etica in banca dovrebbe essere soprattutto una somma di comportamenti condivisi dalle persone coinvolte nell’organizzazione, che tengano conto anche di altri fattori, come per esempio la tutela dell’ambiente con i relativi risvolti sia economici sia bioetici.  La definizione di “atteggiamento etico” di un bancario non deve essere legato a concetti quali “buono” o “cattivo”, ma piuttosto a considerazioni sul dialogo sociale e sull’idea di comunità.

Non esiste quindi la banca “buona” oppure “cattiva“, ma può e deve esistere la banca “attenta” a regole che in azienda si traducono in una struttura di governo delle relazioni, in base alla quale la responsabilità degli amministratori non è esclusivamente rivolta agli azionisti (per la remunerazione del capitale investito), ma deve necessariamente orientarsi verso tutti quei soggetti (dipendenti, fornitori, clienti) che, a vario titolo, hanno un interesse diretto nei confronti dell’attività della banca. Che ha quindi una responsabilità sociale.

Che, per esempio, vuol dire non prestare soldi a chi costruisce armi o abbatte alberi in Amazzonia o inquina i mari, per fare profitto con le sue aziende. Troppa incoerenza rispetto a quanto si verifica nel mondo della finanza come ci insegna il caso Carige degli ultimi giorni. Non sarebbe più facile parlare e pretendere ad esempio una banca semplicemente onesta? Fare banca onesta significa banalmente non avere la consapevolezza di fare danni ai propri clienti. Significa semplicemente prendere decisioni commerciali (che possono anche risultare sbagliate) senza avere la coscienza sporca di chi già sa che sta rifilando un bidone al cliente. Chi vende derivati od obbligazioni subordinate è conscio di seminare robaccia.

E come si può garantire il controllo di questa consapevolezza? Semplice: facendo rispettare la legge. Nel mondo della finanza nostrana, quale progetto etico potrebbe essere assunto dal management se non il semplice rispetto della legge? Quale progetto etico potrebbe unire il popolo dei consumatori bancari se non quel progetto che la popolazione stessa fa proprio nelle leggi dello Stato? E chi fa rispettare la legge?

 Vabbè… sono finite le battute a mia disposizione.

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