Benny Gantz scende in campo. L’ex generale che ha combattuto due guerre contro Hamas a Gaza, dopo aver fondato il suo partito “Resilienza” ha rotto gli indugi. Con un post su Facebook è sceso in campo nelle elezioni del prossimo 9 aprile contro il suo ex datore di lavoro: il premier Benjamin Netanyahu. Con collocazione moderata centrista Gantz – che come tutti gli ex generali in Israele gode di molta fiducia – potrebbe prendere 13-14 deputati su 120. Corteggiato dagli altri partiti centristi potrebbe essere quell’alternativa a Netanyahu che la sinistra non è in grado di produrre visto lo stato penoso in cui si dibatte. I sondaggi danno al Likud 30 deputati nella prossima Knesset, Bibi al 41% come gradimento, Gantz – che di fatto non ha ancora iniziato la sua campagna – sta al 38%, e non è poco.

Senza dubbio sono bei giorni per Benny Gantz, diviso tra la sua casa di Rosh Ha’ayn e il suo ufficio a Tel Aviv, il post su Facebook con cui ha annunciato la sua discesa in campo è stato tra i più visti nella settimana. Ha scritto “Haaretz”: “Il suo bel viso, che emana calma e serenità, ci scruta da tutti i giornali e dai siti web, come per dire: rilassati, andrà tutto bene, papà è qui”.

“Israele prima di tutto” sarà lo slogan elettorale dell’ex generale, come ha rivelato lui stesso nel post su Facebook. Un video della durata di 17 secondi che la dice lunga sulla sua fama di uomo di poche parole e di molti fatti. E se il Likud è attraversato da più di qualche nervosismo, Gantz mostra invece doti di simpatia e autoironia. Alla fine del breve messaggio riappare sorridente e dice: “Penso di aver parlato troppo”. Sessanta anni ben portati, ex attaché militare negli Usa, Gantz è stato “Chief of Staff” dal 14 febbraio 2011 al 16 febbraio 2015 con in mezzo due guerre con Hamas nella Striscia di Gaza. Di carattere schivo ha resistito a lungo alle lusinghe della Destra, poi ha scelto la sua strada, fondando un partito e adesso annunciando la discesa in campo. Insieme a Yair Lapid, il telegenico giornalista leader del partito centrista Yesh Atid (C’è futuro), è tra i più accreditati rivali del primo ministro uscente. Il sostegno a Gantz è ampio, attraversa praticamente l’intero blocco del centro-sinistra, di fronte a un’immagine speculare di Netanyahu nel campo rivale.

E’ piaciuto molto il suo semplice messaggio nel video. Volto sorridente ma non troppo, la camicia aperta sul collo come i vecchi leader di Israele a cominciare da Ben Gurion, linguaggio chiaro e diretto. “Per me”, ha esordito, “Israele viene prima di tutto. Unisciti a me e insieme percorreremo nuove strade. Perché abbiamo bisogno di qualcosa di diverso e insieme faremo qualcosa di differente”. Un messaggio rivolto dal centro alla destra moderata e agli elettori sbandati dei partiti di centrosinistra sempre più divisi. Il nuovo leader del Labour Party Avy Gabbay ha cancellato l’accordo con il partito di Tzippi Livni (Hatnuah) durante una conferenza stampa senza aver avvertito delle sue intenzioni l’altra leader dell’alleanza. Anche a Destra si muovono molte tessere. Il Likud di Netanyahu resta egemone.

I due ex ministri Nafatli Bennett e Ayelet Shaked – animatori del Partito dei coloni “Focolare ebraico” – hanno dato vita a una nuova formazione. I nazionalisti dell’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman potrebbero non entrare alla Knesset. Una parcellizzazione della vita politica inquietante. Non a caso il partito di Benny Gantz si chiama “Resilienza”: un richiamo ad un’etica che prescinda dal turpe “mercato della politica” e punti invece ad una rinascita basata sui valori fondanti di Israele. Lo hanno sottolineato tutti i giornali in Israele, non è stato un caso che la sua prima uscita politica sia stata contro la legge feticcio di Netanyahu: quella su Israele “Stato Nazione del popolo ebraico”, accusata di comprimere le minoranze del paese. Ai cittadini drusi israeliani che manifestavano sotto casa sua contro la legge, approvata lo scorso luglio, Gantz ha detto che farà di tutto per “correggerla”. E “lo faremo insieme” ha poi annunciato fra gli applausi. E in Israele la parola di un ex soldato vale più di qualunque promessa elettorale di un politico di professione.

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