Il 27 gennaio ricordiamo l’enormità dello sterminio di sei milioni di ebrei e di decine di migliaia di rom e sinti avvenuto nel cuore d’Europa. Un’immane carneficina concepita come giardinaggio sociale, eradicamento di intere categorie umane considerate nocive, che causò milioni di vittime anche tra omosessuali, prostitute, alcolisti, senza tetto, malati di mente, criminali comuni, intellettuali, oppositori politici. Quell’enormità deve oggi rimbombare, impedendo che si faccia strame dei diritti costruiti proprio sulle ceneri della Shoah, quando i cittadini europei si risvegliarono, spaventati dall’orrore che si era rivelato possibile nel cuore d’Europa.

Onorare il Giorno della memoria significa guardare con sospetto a ciò che minaccia il recinto messo a protezione degli individui contro la furia dei regimi; alla nostra cultura e in qualche modo anche a noi stessi, alle pulsioni che albergano in noi, che ci muovono a costruire muri fisici e mentali, a giustificare e persino approvare le parole di chi predica la crudeltà con un sorriso, dicendo che è inevitabile ed è per il nostro bene – il bene di un “noi” contrapposto a un “loro”. La nostra civiltà è stata capace dello sterminio. Si tratta di una consapevolezza enorme e terribile che preferiamo rimuovere. È più rassicurante pensare che la storia abbia deragliato per poi rientrare nei giusti binari, che alcuni esseri umani particolarmente efferati abbiano preso il potere e indotto masse di individui martellati dalla propaganda ad assentire a crimini impensabili.

Tuttavia quei crimini non furono commessi solo da individui. Furono voluti, perpetrati, organizzati dagli Stati, dalle istituzioni, dalle burocrazie, dalle industrie. Cosa significa oggi – 27 gennaio 2019 – restare ciechi di fronte a un ragazzino annegato con la pagella cucita in una tasca? Restare indifferenti davanti all’interrogazione gridata da migliaia di persone torturate, ridotte in schiavitù, stuprate, uccise nei campi libici – dove i profughi ripresi in mare vengono riportati da motovedette donate dall’Italia in operazioni affidate a uomini addestrati dall’Unione europea?

È tanto più necessario parlare oggi del lascito della memoria, di fronte all’osceno braccio di ferro che si consuma tra Stati che non vogliono un solo migrante in più nell’Unione europea: quella stessa Unione concepita e fondata a difesa dei rifugiati, degli sfollati, dei senza patria, delle donne e degli uomini bisognosi della protezione di uno Stato perché braccati e condannati dal proprio. Il giorno in cui l’Armata rossa entrò nel campo di Auschwitz e liberò i pochi prigionieri ormai in fin di vita abbandonati dalle SS è un simbolo significativo anche a causa della sua incompiutezza: la maggior parte degli internati fu costretta a trascinarsi ancora a lungo – fino a maggio – per le innevate strade polacche, in quella che venne chiamata “marcia della morte”. Come la liberazione di Auschwitz non fu una cesura tra il prima e il dopo, allo stesso modo il mondo che aveva dato luogo allo sterminio non ha avuto fine con la sconfitta del nazifascismo.

I materiali che lo hanno reso possibile, a cominciare dalla propensione a costruire categorie in cui rinchiudere gli esseri umani, sono ciò sui cui vigliare, se a qualcosa può servire il monito della memoria. Perché potremmo un giorno assomigliare ai contadini polacchi immortalati da Claude Lanzmann, che vedevano passare i treni della deportazione diretti verso i campi dello sterminio, nei boschi del Nord-Est d’Europa, senza fare nulla. Vedevano sporgere le mani dalle fessure dei carri bestiame, sentivano grida e richieste di aiuto, ma non facevano nulla. Talvolta, come raccontano i testimoni, facevano segni derisori che rivelavano il loro conoscere la fine di quei carichi diretti ad Auschwitz o Treblinka.

La costruzione dell’indifferenza, come non si stanca di ripetere la senatrice Liliana Segre, è il nostro nemico più insidioso. “Non sono un predicatore né un filosofo”, diceva Aharon Appelfeld, tra i più grandi scrittori israeliani, sopravvissuto alla Shoah e immigrato in Palestina nel 1946, “ma attraverso la mia scrittura cerco di dire qualcosa sulla sofferenza, sull’amore, sulla pietà, sull’intimità. Per il semplice motivo che gli uomini dovrebbero diventare esseri umani; non di più, ma non di meno. Non possiamo essere angeli, non possiamo essere Dio, possiamo al massimo essere degli esseri umani, e dobbiamo essere degli esseri umani”. Ecco la lezione del 27 gennaio.

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