Lei aveva visto tutto, compresa la fine della Fiat. Marella Agnelli, figlia dei principi Caracciolo per parte paterna, discendente diretta per quella materna dei Clarke, ricchi produttori di whisky dell’Illinois. Donna dal profilo impenetrabile che Truman Capote aveva sintetizzato come il “risultato di duemila anni di civiltà”, resa eterna da uno scatto senza tempo di Richard Avedon. Femmina splendida e glaciale, padrona di casa esemplare, gioiello di altissima rappresentanza.

Figura tragica e infelice, sintesi dolorosa delle contraddizioni della ricchezza e dell’attaccamento a valori ora morti, ma da sempre incomprensibili ai comuni mortali: “Occorre saper essere il servitore di qualche cosa di più alto. Altrimenti si diventa schiavi di tutto ciò che c’è di più basso”. Nel suo caso la famiglia Agnelli, il “giardino” che Marella ha coltivato per tutta la vita.

Eppure, una volta la Fiat era anche il modello 130, magari carrozzato Pininfarina. Allora la famiglia Agnelli era non solo il simbolo di un grande successo imprenditoriale, ma anche di uno stile di vita riconosciuto e ammirato in tutto il mondo, un prodotto da esportazione di cui andare fieri, che grondava profitti e costruiva stabilimenti perfino in Unione Sovietica. Marella era la first lady di tutto questo, il testimonial più ricercato e più raro, la perla più preziosa della famiglia. E questa allure da prima della classe lei non l’aveva mai persa, anche quando era divenuta pura ipocrisia, finzione, memoria del passato, distintivo senza chiacchiere, liti villane (e pubbliche) per un pugno di dollari.

Nulla più della Fiat (Fca) di oggi è in contrasto con la vita e i comportamenti di Marella Agnelli. Niente sta più agli antipodi del galateo di questa nobile donna dal sangue partenopeo e americano dei manager e degli azionisti che si sono succeduti alla guida del gruppo dopo la morte dell’Avvocato. Eppure, noncurante, lei ha sempre cercato di fare finta di nulla, distante ma vicina, assente ma profondamente presente nella diaspora di comportamenti e di costumi della più famosa dinastia industriale italiana. Una madre tragicamente assente, ripagata con un dolore di affetti se possibile ancora più profondo.

Custode di un mondo, in apparenza freddo e vuoto, dove i sentimenti sono affari marginali e dove regna solo la fedeltà al principio di conservazione del patrimonio e all’estetica di famiglia. Una figura simbolica e irraggiungibile, il paradigma di un’educazione (Ausbildung) che non esiste più, descritta dal lei stessa in un libro splendido che nell’edizione americana a ragione si intitola The Last Swan.

Una sola cosa forse non aveva previsto, non pensava fosse possibile, si ostinava a credere irrealizzabile: che dopo la fine dell’azienda sarebbe arrivata anche la dissoluzione della famiglia, due facce della stessa medaglia, due strade evidentemente intrecciate una all’altra. Invece, come la grande letteratura ci ha insegnato (e la storia ci conferma), il destino delle grandi famiglie borghesi dai Buddenbrook in giù si lega indissolubilmente alle fortune economiche, con la fedeltà ai principi imprenditoriali dei fondatori.

I denari e i beni che pure restano, una volta scomparse le doti imprenditoriali, hanno un altro sapore, un altro odore, e soprattutto da soli non sono più in grado di replicare quell’armonia felice in cui convivevano e si alimentavano. La ricchezza senza lo spirito e l’azione che l’ha generata è come un corpo privo di sangue che si rinsecchisce e si mummifica. Marella Agnelli, certo non per sua volontà, ma sicuramente per sua scelta, ha rappresentato lo sforzo più duraturo per conservare la duplice natura dello stile Agnelli. Non c’è riuscita, ma per questo non è meno esemplare ai nostri occhi.

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