S’è cominciato a parlare insistentemente di populismo, in Occidente, a partire dalla Brexit, nel 2016; poi sono venute la vittoria di Trump alle elezioni statunitensi e, nel nostro piccolo, quella del duo Di Maio-Salvini l’anno scorso. Se c’è una cosa che accomuna questi tre eventi, è il fatto che tutti e tre hanno sorpreso i loro stessi autori. Il referendum sulla Brexit fu indetto dal premier conservatore David Cameron solo per strappare condizioni migliori all’Unione europea. Donald Trump, se si crede al suo avvocato, neppure s’immaginava di vincere le primarie repubblicane, figurarsi di diventare presidente degli Stati Uniti. Quanto ai Cinquestelle, non avrebbero mai pensato di diventare il primo partito alla Camera nel 2014, e ancora non si capacitano di governare il paese.

Ma questi, si badi, sono altrettanti indizi del carattere profondo dell’ondata populista: nonostante la pochezza dei protagonisti, e la palese improvvisazione delle loro manovre. In ogni caso, questi processi, comunque li si voglia giudicare, sono stati una specie di paradiso, o d’inferno, per quanti riflettevano, già prima, sulla politica e la comunicazione. L’involuzione delle democrazie occidentali, trasformate in macchine comunicative al servizio d’interessi transnazionali, era talmente evidente già prima da far pensare che il populismo ne fosse solo la prosecuzione, e non l’inversione. O c’è una differenza qualitativa fra il reddito d’inclusione di Renzi e il reddito di cittadinanza dei Cinquestelle?

Io per primo, in certi momenti, ho intravvisto in questi processi una specie di destino delle democrazie occidentali, condannate dai media digitali ad avvicinarsi sempre più alle democrazie illiberali est-europee o latino-americane, se non alle democrazie popolari asiatiche. Mi bastava pensare all’esempio della sicurezza, la grande parola d’ordine di tutti i populismi di destra (sicurezza nazionale o pubblica) e di sinistra (sicurezza sociale): non andavamo forse verso uno Stato di sicurezza, che gestisce le nostre vite come nei peggiori incubi orwelliani? Ora mi chiedo se le nostre generalizzazioni non fossero affrettate, e persino consolatorie, del genere mettiamoci il cuore in pace. Perché sembra che ci stiamo risvegliando dall’incubo.

La Brexit si sta impantanando in una maniera prevedibile, dopotutto: non si dis-integra da un giorno all’altro una paese bene o male integrato con l’Europa. L’avventura di Trump, ancora sostenuto dal suo zoccolo duro elettorale e dagli spiriti animali del capitalismo statunitense, oscilla ormai fra la tragedia e la farsa: a cosa serve la costituzione federale statunitense se uno così può fare il Presidente? Persino il Movimento Cinquestelle sembra correre verso la normalizzazione, il ritorno sulla terra dal web dov’è nato: ma al costo di diventare un partito come gli altri, con un personale politico e tecnico persino inferiore a quello degli altri.

Tanto populismo per niente, dunque? La storia è davvero il racconto di un idiota, pieno di strepito e furore, che non significa nulla? Più seriamente, cosa avremo imparato dalla stagione populista, ammesso che finisca davvero? Forse, quanto scrive in Dirla tutta sul mercato globale (Einaudi, 2019), Dani Rodrik, economista turco che insegna ad Harvard: distinguere i problemi. I problemi nazionali (sicurezza sociale, crescita economica, innovazione tecnologica) vanno governati dai governi nazionali, sotto uno stretto controllo democratico. Invece, i problemi internazionali (disarmo, cambiamento climatico, migrazioni), possono essere gestiti solo dai governi tutti insieme, con un controllo democratico fatalmente più lasco. L’unica cosa certa è che le scorciatoie – il mercato globale, i populismi, i sovranismi – non portano da nessuna parte.

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