L’affare legato al palazzo “inagibile” di Luca Parnasi all’Eur Castellaccio, venduto alla Provincia di Roma nel 2012, è di nuovo un caso. Eccola, dunque, la prima grana da segretario del Partito Democratico per Nicola Zingaretti. La procura regionale della Corte dei Conti del Lazio, infatti, ha inviato un atto di costituzione in mora per 105 persone, intimando loro il pagamento “entro 10 giorni lavorativi” di ben 263.460.600 euro. Un atto, in realtà, la cui esecutività non è immediata perché, nei fatti, subordinata ad indagini ancora in corso. Nell’elenco degli “indagati”, messo insieme dai magistrati contabili ci sono i politici transitati a Palazzo Valentini negli ultimi due lustri, compresi gli ultimi due sindaci metropolitani, Virginia Raggi e Ignazio Marino, in pratica tutti coloro che hanno firmato atti in continuità con l’iniziativa. Questa, però, porta due importanti firme, quelle di Enrico Gasbarra (presidente della Provincia dal 2004 al 2009) e, appunto, del suo successore Nicola Zingaretti.

L’OPERAZIONE DELLA GIUNTA ZINGARETTI – La Giunta provinciale diretta dall’attuale leader Dem aveva deliberato nel 2010 l’acquisto della torre di Eur Castellaccio di proprietà di Parnasi (oggi principale indagato nell’inchiesta sullo stadio dell’As Roma), nonostante “l’immobile risultasse inagibile e quindi non fruibile agli scopi cui doveva essere destinato”. Il pagamento dell’edificio, costato circa 210 milioni di euro, è stato possibile grazie alla costituzione di un fondo presso Bnp Paribas, della durata di 3 anni (scadenza 2015) in cui sono confluiti ben 20 immobili di proprietà dell’Ente provinciale. L’istituto bancario, scrivono i magistrati contabili, era “in dichiarato conflitto di interesse per essere al tempo stesso gestore del Fondo venditore (Upside) e del Fondo acquirente (Provincia), nonché parte del gruppo bancario cui appartiene una delle banche finanziatrici (Bnp)”. E fino al 2015 saranno soltanto due gli edifici che il fondo riuscirà a vendere, le due caserme di Piazza del Popolo e San Lorenzo in Lucina. “Dall’analisi dei valori degli immobili – si legge ancora nell’atto – emerge come l’iniziale quantificazione degli stessi per un importo di 255 milioni di euro fosse stata artatamente creata al fine di dimostrare l’esistenza di un portafoglio valido a procedere all’acquisto, evidenziandosi fin dall’immediato come i valori degli immobili non fossero tali a consentire l’esborso di una somma quale quella definita per l’acquisto del bene”. Alla fine, a beneficiarne, secondo l’analisi della Corte dei Conti, sono “la Bnp e per esso la società costruttrice del Gruppo Parnasi”.

IL “DEFAULT TECNICO” DEL FONDO PROVINCIA – E la Provincia? Gli uffici metropolitani non si trasferiranno mai nel palazzo al Castellaccio. Di contro, l’Ente “è costretto a pagare canoni di locazione alla Sgr per restare negli immobili di proprietà già conferiti per oltre 10 milioni di euro” mentre “vengono sostenuti oneri finanziari per anticipata assunzione del finanziamento e commissioni per oltre 20 milioni e tutto per un immobile di cui era impedita ogni utile fruizione”. Così la vicenda continua a trascinarsi anche oltre il dicembre 2015: “A tale data – spiegano i magistrati – lo squilibrio finanziario è tale che le banche finanziatrici minacciano di procedere alla vendita all’asta dell’intero portafoglio immobiliare dell’Ente, costringendo l’Amministrazione (in quel momento guidata da Ignazio Marino, ndr), al fine di evitare il maggior danno, ad adottare due delibere urgenti ed emergenziali di rifinanziamento”. A quel punto, il “default tecnico” del Fondo Provincia costringe l’Ente “quale quotista unico, alla sottoscrizione di nuove quote per 50 milioni tra la fine del 2016 e giugno 2017”, ovvero in piena era Raggi. Altri 20 milioni sono arrivati da versamenti effettuati nel 2018 e addirittura nel 2019, per un totale di altri 70 milioni.

CHI SONO I 105 INDAGATI – La lunga lista dei politici e tecnici raggiunti dall’atto di costituzione in mora attraversa più di 10 anni di politica metropolitana. E colpisce un po’ chiunque, anche se per ora non vengono fatte distinzioni di responsabilità. Oltre ai presidenti ed ai sindaci metropolitani, ci sono assessori e consiglieri, di maggioranza e opposizione. Fra gli altri, Michele Civita, ex assessore provincia e regionale rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio dell’As Roma; Maurizio Venafro, storico ex capo di gabinetto di Zingaretti proprio oggi rinviato a giudizio nell’ambito di un’inchiesta sulle nomine Arpa; deputati di diverse forze politiche e ben 14 dipendenti di Bnp Paribas, fra cui l’amministratore delegato Ivano Ilardo. Nessuna dichiarazione arriva dall’entourage di Nicola Zingaretti, sebbene da ambienti Pd trapela una certa tranquillità, in quanto “più volte in questi anni la Corte dei Conti ha acceso i fari sulla vicenda e i procedimenti sono stati sempre archiviati”. Fra l’altro, le recenti intepretazioni della Corte dei Conti portano a supporre che tutti gli eventuali “reati” commessi oltre cinque anni prima della data dell’atto firmato dal pm Massimo Lasalvia – dunque prima del 5 marzo 2014 – siano di fatto prescritti.

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