Mafie

Roma, blitz del Ros contro il clan Fragalà: 31 arresti. L’intercettazione: “Se mi sento tradito sparo anche a mio figlio”

Il clan operava in particolare sul litorale romano, tra Ardea, Pomezia e Torvajanica, e oltre a gestire il traffico di droga, era diventato l'incubo di commercianti e imprenditori, costretti a subire estorsioni, minacce e attentati dinamitardi

“Io quando mi sento tradito da qualcuno, che potrebbe anche essere mio padre o mio figlio, io gli sparò. Dice ‘che ammazzeresti tuo figlio?’ Sì sì, perché no, Se mio figlio cammina con me, facciamo il reato insieme e mi tradisce, io lo ammazzo”. Così parlava in una conversazione captata dagli investigatori nel 2015 il presunto boss Alessandro Fragalà, finito in manette oggi nell’ambito dell’operazione del Ros, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, che ha portato a una trentina di arresti e perquisizioni in provincia di Roma e Catania.

Il clan operava in particolare sul litorale romano, tra Ardea, Pomezia e Torvajanica, e oltre a gestire il traffico di droga, era diventato l’incubo di commercianti e imprenditori, costretti a subire estorsioni, minacce e attentati dinamitardi. Tutte azioni condotte con metodo mafioso, secondo l’accusa. “Da un lato infatti – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – le singole estorsioni e l’intestazione fittizia di beni sono state consumate attraverso le modalità tipiche delle associazioni mafiose; dall’altro, i reati in tema di armi e di traffico di sostanze stupefacenti sono stati posti in essere per agevolare il clan mafioso dei Fragalà nella consapevolezza, in virtù dei rapporti pregressi, della sua esistenza anche da parte dei non appartenenti al sodalizio”. Dalle indagini, nel corso delle quali è stato sventato un sequestro di persona con la liberazione dell’ostaggio e l’arresto di 8 sequestratori, è inoltre emerso che i presunti appartenenti al clan gestivano il traffico di cocaina, marijuana e hashish dalla Colombia e dalla Spagna grazie ad alleanze con gruppi campani e siciliani. Nel corso delle indagini i carabinieri hanno sequestrato anche un documento manoscritto di affiliazione mafiosa.   

Ad aiutare carabinieri e inquirenti della Dda di Roma nell’operazione contro il clan mafioso dei Fragalà, attivo sul litorale romano, sono state anche le parole di un membro del clan, Sante Fragalà, divenuto collaboratore di giustizia: è stato lui, fra l’altro, a raccontare vari episodi di estorsioni e spaccio di droga. I ‘siciliani, come già emerso in passato, sono stati egemoni tra gli anni ’80 e ’90 nella zona di Ostia e Torvajanica. Sante Fragalà però ha rivelato fra l’altro come nel 2009 il clan avesse deciso di riprendersi il controllo del territorio fra Ardea e Pomezia in vista della scarcerazione di Alessandro e Salvatore Fragalà. Ed è in questo contesto che si inserisce l’intercettazione sul controllo del territorio: “Qua se c’è qualcuno che comanda sono i Fragalà e basta. A Torvajanica abbiamo sempre comandato noi. La prossima volta che rientra qua, ti faccio uscire con i piedi davanti. E vai a dirlo a Sebastiano” diceva Ignazio Fragalà parlava, in una conversazione intercettata a febbraio 2016, a due persone che consideravano un pregiudicato locale come un criminale egemone nella zona del litorale romano. La famiglia Fragalà, colpita dall’operazione dei carabinieri, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, non temeva nessuno, tanto da mettersi contro anche i proprietari di una pizzeria che stava per aprire a Torvajanica i quali, come scrive il gip nell’ordinanza, avevano legami con la ‘ndrangheta e la mafia catanese.

“Io ti do un consiglio e cerca di ascoltare, non aprire, è meglio per te. ‘O ci dai le chiavi oppure puoi aprire però sappi che all’indomani in poi tutto quello che ti succede siamo noialtri. Io ti sto solo dando un consiglio, poi decidi tu quello che vuoi fare. La fai a noialtri la scortesia? Ci meritiamo questo? Vuol dire che ci stai sfidando, così, frontale! Nemmeno nascosto, questa è una sfida frontale. Noialtri siamo per la pace, ma la guerra comunque non è che ci dispiace“. E dalle parole si è passati ai fatti: due locali poi infatti aprirono ed entrambi hanno subito attentati incendiari.

Tra gli arrestati, Francesco D’Agati considerato anziano boss mafioso di Cosa Nostra che, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo di mediatore per mantenere la “pax” tra gruppi criminali presenti sul quel territorio. Per chi indaga il gruppo dei Fragalà avrebbe stipulato un patto “federativo” con i Casalesi, i Fasciani e Senese. Secondo le indagini ai vertici dell’organizzazione c’erano Alessandro Fragalà, di 61 anni, il nipote Salvatore di 41 anni, e Santo D’Agata 61 anni, che sarebbero stati in costante contatto con gli ambienti mafiosi catanesi sia per la gestione dei traffici illeciti sia per reclutare manodopera criminale per lo svolgimento dell’attività delittuosa nel Lazio.

“Tra le persone arrestate c’è anche Francesco D’Agati, un uomo di ‘Cosa Nostra’. Anni fa era capo mandamento di “Villabate”, alle porte di Palermo. Uno dei mandamenti al centro delle storiche indagini di Dda del capoluogo siciliano – ha il procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino – Un’inchiesta durata due anni, partita con Giuseppe Pignatone, e che ha portato alla luce una famiglia mafiosa a tutto tondo, perché i componenti risiedono e operano in questo spazio criminale. Nell’esercizio di queste attività il clan di origine catanese si è ‘federato’ con altri gruppi criminali, in particolare con uomini vicini ai Casalesi con cui hanno dato vita a un cartello mafioso. Nel tempo abbiamo colto, infatti, rapporti con i Fasciani di Ostia e con i gruppi napoletani dei Senese“. Tra i 31 arresti di oggi, anche tre donne.