Sulla rivista Le Scienze di questo mese è stato pubblicato un articolo, a firma di Melinda Wenner Moyer, che cerca di fare chiarezza sulle teorie del complottismo, sulla disinformazione e sulle fake news attraverso l’analisi dei problemi che stanno connotando la circolazione di simili notizie online. Sono citati, in particolare, studiosi che affrontano il tema da direzioni (e discipline) che sono le più varie: la psicologia, la sociologia, la medicina e la teoria dell’informazione. Gli spunti di dibattito che si generano sono affascinanti. Vediamo, in particolare, le tre questioni/domande che si possono estrarre dall’articolo.

1. Le prove razionali sono, alla fine, inutili?

La prima domanda è interessante anche, e soprattutto, quando la discussione si svolge e si anima in Rete. Presentare con tanta pazienza prove razionali a chi ha già aderito a una causa su basi chiaramente irrazionali serve davvero a qualcosa o è fondamentalmente inutile? Il quesito è centrale, e si collega all’idea che il debunking, ossia lo “smontare” false affermazioni, possa avere, alla fine, un “effetto boomerang”. Smascherare i complottisti con la logica e fornendo prove, si legge nell’articolo, potrebbe essere controproducente, in quanto non farebbe che radicalizzarne ulteriormente le posizioni e le convinzioni altrui. In altre parole, confutare sistematicamente la disinformazione potrebbe portare le persone a impuntarsi ancora di più.

In realtà, si ricava dall’articolo, anche se si tratta di una attività faticosa, che richiede tante energie, è provato come insistere sull’impostazione di un pensiero analitico – e dare gli strumenti e le capacità alle persone al fine di analizzare i dati in maniera critica e obiettiva – diventi oggi essenziale. Alla base vi devono sempre essere tre dubbi: che prove hai per affermare questo? Qual è la fonte delle prove che stai esibendo? Qual è il tuo ragionamento che collega le prove all’affermazione? Ovviamente, la prova alla base di tutta questa azione deve essere accurata, credibile e rilevante.

2. Perché le persone si convincono delle teorie più assurde?

Anche questa seconda domanda apre prospettive enormi: perché le persone tendono a farsi convincere dalle idee complottiste, dubitando, quasi “per partito preso”, di tutto ciò che è ufficiale?
Nell’articolo ci sono alcuni passaggi che arrivano a collegare il complottismo a tre fattori: ansia, insicurezza e crisi diffusa. Da un lato, simili credenze sarebbero favorite da un senso di ansia persistente accompagnato, poi, da un senso di insicurezza, magari più percepibile in periodo di crisi sociale ed economica.

Le persone ansiose sarebbero particolarmente attratte dal pensiero complottista, così come quelle che sono poco abili nel mantenere un controllo nelle situazioni di maggior tensione. Se a ciò si aggiunge, nella società moderna, la sensazione di “non aver voce in capitolo” su ciò che succede nel mondo attorno a noi, si scopre come la teoria del complotto possa offrire, a molti, una sorta di “conforto”. Diventa, per capirci, un capro espiatorio per cercare di superare la complessità della vita.

3. Come riportare il buon senso? Che ruolo ha la qualità dell’informazione?

La terza domanda, finale, è quella più programmatica (e di reazione), ma anche quella più difficile da tracciare: cosa si può fare per riportare il buon senso e spazzare via, o limitare al minimo, la disinformazione? Accanto al miglioramento della vita in società e a un innalzamento della qualità della politica, che potrebbero contribuire a diminuire i sensi d’ansia e di incertezza, occorrerebbe riflettere sul ruolo che ha ormai assunto la qualità dell’informazione.

Le teorie complottistiche hanno delle caratteristiche tipiche e molto evidenti, che includono palesi contraddizioni e si basano su premesse traballanti. Riportare al centro la qualità dell’informazione, che possa diventare un punto di riferimento più influente di tali teorie, sarebbe sicuramente una soluzione efficace. Il problema è che, in molti casi, anche una “cattiva” informazione (approssimativa, non ferma su alcuni principi, inutilmente dubbiosa o, in alcuni casi, palesemente falsa) contribuisce a gettare benzina sul fuoco.

Le tre domande su cui abbiamo riflettuto rapidamente poco sopra dovrebbero rendere chiaro a tutti come il problema della disinformazione abbia radici complesse, e come sia collegato non solo alla società moderna e alla crisi economica (e di valori) che stiamo attraversando, ma anche alla mente umana e a come le persone stanno vivendo un simile periodo. Ciò comporta come non sia facile neppure per la scienza, in un momento così disordinato e caotico, affrontare con efficacia tali fenomeni; ma proprio questa maggiore difficoltà richiede, in tutti, maggiore fermezza e intransigenza. Ogni piccolo corto circuito, infatti, durante questo processo di verifica delle fonti e di rigore (realmente) scientifico che è ormai imprescindibile, è capace, con quell’asimmetria che è tipica della Rete, di alterare grandi equilibri.

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