Pubblicati entrambi per Edizioni E/O, I nostri padri, di Karin Brynard (traduzione di Silvia Montis) e L’appeso di Conakry, di Jean-Christophe Rufin (traduzione di Alberto Bracci Testasecca), sono due ottimi romanzi che descrivono parti dell’Africa contemporanea da una prospettiva originale.

Il primo vede coinvolto l’ispettore Albertus Beeslar (già protagonista del precedente Terra di sangue, traduzione di Silvia Montis, Edizioni E/O) in viaggio verso Stellenbosch (città simbolo della cultura afrikaner a ridosso di Città del Capo) per andare a trovare Blikkies, un ex collega in pensione a cui l’ispettore è molto legato. Viene però accolto dalla notizia della morte dell’amico e, ancor prima di elaborare il lutto, si ritrova per caso sulla scena di un crimine efferato: la moglie di un ricco imprenditore afrikaner viene assassinata nella sua villa. Suo malgrado Beeslar aiuta il capitano Vuyokazi Qhubeka nelle indagini, scavando dietro la patina di perbenismo e moralismo, marchio di fabbrica della capitale del vino sudafricano.

Nel mentre, a 1500 chilometri più a nord, il sergente Johannes Ghaap, pupillo di Beeslaar, si fa le ossa nella sterminata città baraccopoli di Soweto, in compagnia di colleghi che non sopportano il novellino venuto dal deserto e di un gruppo di “recupera-auto”, la compagnia Tracker, specialisti nel rintracciare ladri di veicoli e veterani della tentacolare township nera.

Con un linguaggio asciutto e la capacità di lavorare sui luoghi fino a renderli protagonisti diretti dei fatti narrati, Karin Brynard scrive un romanzo capace di rimanere impresso nella testa di chi legge. Il rancore dell’apartheid, le ombre oscure della ricca comunità bianca, la paura della vendetta, la povertà, le gang, la magia, sciamani intoccabili, l’incomunicabilità e la durezza si mischiano in un ritratto appassionato del Sudafrica odierno.

Dopo L’uomo dei sogni, Il collare rosso, Check-point e Globalia torna in libreria un testo di Jean-Christophe Rufin, medico, diplomatico, fondatore di Medici senza frontiere, già vincitore del Premio Goncourt.

Questa volta l’ambientazione è Conakry, capitale della Guinea, dove, in una calda mattinata, la folla assiepata sul molo e sulla barriera frangiflutti osserva una barca ormeggiata nella Marina dal cui albero maestro pende il corpo senza vita di un uomo bianco che ben presto si scopre essere un cittadino francese.

L’improbabile ma realissimo Aurel Timescu, infagottato in un cappotto, armato di occhiali da sciatore, l’accento romeno, console di Francia in città, si appassiona al caso che, almeno all’inizio, appare un delitto senza spiegazione apparente.

Intervallata da suonate notturne al pianoforte e bevute di tokaj, l’indagine di Aurel si dipana dai bassifondi della metropoli fino ai circoli esclusivi degli ex colonizzatori, in una divertente e riuscita sequela di dialoghi e di ragionamenti intrigati e intriganti.

Aurel Timescu mi ha ricordato Henry Scobie, il protagonista de Il nocciolo della questione di Graham Greene (ambientato a Freetown, 230 chilometri a sud di Conakry), seppur lo stile dei due autori sia diversissimo: in Rufin mancano lo spessore psicologico e la goduria patologica del tradimento che muovono molti “attori” greeniani. Il pregio de L’appeso di Conakry è quello di ricreare un ritratto tropicale veritiero, di non cadere del sentimentalismo e di rendere eroico un personaggio senza dubbio memorabile come Aurel Timescu.

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