ArcelorMittal vuole restituire l’ex Ilva di Taranto allo Stato entro 30 giorni. La multinazionale dell’acciaio ha comunicato l’addio ai commissari straordinari con una lettera nella quale viene spiegata la volontà di rescindere l’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate acquisite nel 2018.

Patuanelli: “Non consentiremo la chiusura”. Conte: “Non ci sono motivi per recesso”
La mossa – dettata innanzitutto, scrive l’azienda, dall’assenza dell’immunità penale – ha spinto il governo a convocare un vertice d’urgenza al ministero dello Sviluppo Economico al quale partecipano, oltre a Stefano Patuanelli, i ministri per il Sud e per l’Ambiente, Giuseppe Provenzano e Sergio Costa, e anche Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo, rispettivamente titolari dell’Economia e del Lavoro. Nel corso della giornata, poi, il vertice è proseguito a Palazzo Chigi con la partecipazione del premier Giuseppe Conte. E proprio il premier, secondo quanto apprende l’Adnkronos, convocherà domani, alle 15.30, i vertici dell’azienda. “Per questo Governo la questione #Ilva ha massima priorità – ha twittato il presidente del Consiglio – Già domani pomeriggio ho convocato a Palazzo Chigi i vertici di ArcelorMittal. Faremo di tutto per tutelare investimenti produttivi, livelli occupazionali e per proseguire il piano ambientale”.

Al termine dell’incontro, il ministro dello Sviluppo Economico ha confermato le dichiarazioni rilasciate in via informale prima del summit a Palazzo Chigi: “Non consentiremo la chiusura dello stabilimento. La questione dello scudo penale è una foglia di fico, un alibi per nascondere un altro problema”. Poi ha aggiunto: “Non esiste un diritto di recesso, come strumentalmente scritto da ArcelorMittal oggi. Non esiste la questione della tutela legale come elemento contrattuale”. “È evidente – continua il ministro – che la governance che aveva seguito gli impianti fino a adesso non ha funzionato”.

Stesso concetto espresso anche da Conte al Tavolo con i sindacati: “Il governo vuole confrontarsi con ArcelorMittal, ma riteniamo non ci sia alcun motivo che possa giustificare il recesso. La norma sullo scudo penale non era nel contratto e non può essere invocato per giustificare il recesso”, ha detto.

L’Ansa, che ha visionato il contratto”di affitto e comodato” tra Arcelor Mittal e gli ex commissari Ilva (nella versione modificata rispetto all’originale 2017 e depositata a settembre 2018 presso la Camera di Commercio di Milano), scrive che questo prevede una clausola di recesso per “l’affittuario” degli stabilimenti. Nel testo, il diritto è assicurato nel caso in cui un provvedimento legislativo annulli integralmente o in parte il Dpcm del 29 settembre 2017 (che norma il piano ambientale concordato con il governo Gentiloni) in modo da “rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto” o “irrealizzabile” il piano industriale. La battaglia tra governo e azienda si giocherà quindi tutta sull’attinenza o meno del decreto con l’immunità penale.

Il titolare dello Sviluppo Economico si dice poi sorpreso per “il tenore della lettera che è arrivata oggi (da parte di ArcelorMittal, ndr). Domani, con il presidente del Consiglio, abbiamo immediatamente convocato AncelorMittal a Roma per capire qual è la situazione in atto. Chiediamo il rispetto degli atti sottoscritti 14-15 mesi fa. Ricordo che ci sono circa 1300 persone già in cassa integrazione, ciò dimostra che il governo si è sempre occupato delle questioni legate anche al ciclo produttivo e il governo si farà carico come sempre di questi problemi. Bisogna capire però la prospettiva qual è. La prospettiva deve essere il rispetto del piano industriale che prevede una produzione di 6 milioni di tonnellate annue con una capacità che può arrivare a 8 milioni. Questo chiede il governo”.

A rischio oltre 10mila posti di lavoro
A un anno esatto di distanza, dunque, il gruppo è pronto a riconsegnare le chiavi delle acciaierie nelle quali lavorano 10.700 persone. O almeno lo minaccia in vista di una ‘cura dimagrante’ a cui sottoporre l’organico, ipotesi già ventilata nelle scorse settimane dopo il cambio di amministratore delegato, tra quadro legislativo in continuo movimento e un mercato dell’acciaio in grave crisi che ha già spinto ArcelorMittal a spedire in cassa integrazione ordinaria circa 1.300 operai fino alla fine del 2019. L’arrivo di Lucia Morselli, nota per la vertenza Ast di Terni, aveva messo in allarme i sindacati perché la nuova guida di ArcelorMittal in Italia ha alle spalle la fama di tagliatrice di teste.

L’ordine agli operai: “Stop alle attività”
Ed è stata proprio lei a scrivere una lettera ai dipendenti nella quale parla di “momento difficile per tutti” e spiegare come gestire la sospensione degli impianti. “Non è possibile esporre dipendenti e collaboratori a potenziali azioni penali”, afferma Morselli. E quindi illustra il “piano” per congelare l’impianto jonico: “Sarà necessario attuare un piano di ordinaria sospensione di tutte le attività produttive a cominciare dall’area a caldo dello stabilimento di Taranto che è la più esposta ai rischi derivanti dall’assenza di protezioni legali”, si legge nella lettera visionata (leggi cliccando sulla foto a sinistra) da Ilfattoquotidiano.it nella quale si spiega che verranno “progressivamente” sospese anche tutte le altre attività. “È fondamentale che questo piano – scrive ancora Morselli – sia eseguito in modo sicuro e strutturato così che gli impianti non siano danneggiati e possano tornare a essere operativi in tempi rapidi sotto la responsabilità dei Commissari di Ilva spa in amministrazione straordinaria”. “L’essenziale ora è agire nell’interesse dell’azienda e dei colleghi – aggiunge – cooperando nei prossimi giorni per supportare in ogni modo le attività volte a preservare il valore e l’integrità degli insediamenti produttivi. Un piano d’azione dettagliato sarà coordinato da Wim Van Gerven”, chief operation officer di ArcelorMittal Italia.

Il perché dell’addio: scudo penale e crisi dell’acciaio
“Secondo i contenuti dell’accordo” del 31 ottobre 2018, ArcelorMittal “ha chiesto ai commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione” della volontà dei gestori dell’ex Ilva di lasciare il siderurgico. Dietro l’addio da un lato la rimozione dell’immunità penale – voluta da 17 senatori M5s attraverso un emendamento al decreto Salva-Imprese – ma anche la crisi (ciclica) del mercato dell’acciaio che, unita alla produzione ferma a 4 tonnellate nell’impianto di Taranto, porta ArcelorMittal a perdere circa 2 milioni di euro al mese.

“Il contratto non prevedeva cambi legislativi”
Il contratto, ad avviso dell’azienda, “prevede che, nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto”. L’eliminazione dello scudo penale dal decreto Salva-Imprese, che lo aveva reintrodotto dopo l’abolizione totale nel decreto Crescita, “giustifica” ad avviso di ArcelorMittal “la comunicazione di recesso”.

Il problema dell’altoforno 2
Nella propria lettera, l’azienda spiega inoltre che i provvedimenti emessi dal Tribunale di Taranto obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 sull’altoforno 2, per il quale era stato disposto lo spegnimento. “Tali prescrizioni dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento – scrive ancora l’azienda – Lo spegnimento renderebbe impossibile per la società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il contratto”. A ciò si aggiunge il sequestro di uno sporgente del porto del porto di Taranto, a causa della morte di un operaio per il crollo di una gru, che causa da mesi grossi problemi di approvvigionamento di carbone e materiale ferroso per alimentare gli altoforni e nelle scorse settimane aveva spinto l’azienda a chiedere di poter utilizzare il porto di Brindisi per lo sbarco del combustibile.

Confindustria: “Danni per tutto il Paese”
“L’annunciato di ritiro di ArcelorMittal dallo stabilimento ex Ilva avrà effetti negativi sulla città di Taranto e sull’economia dell’intero Paese con particolare impatto sull’occupazione“, avverte Confindustria che “auspica che si possano creare le condizioni per riaprire il confronto con l’azienda che abbia come obiettivo il mantenimento della produzione siderurgica a Taranto”.

Gli industriali, in una nota, sostengono che “si continuano a sottovalutare, così, gli effetti dei provvedimenti sull’economia reale e non si considera il valore complessivo della sostenibilità che deve essere ambientale, economica e sociale”. Per via dell’Astronomia “buon senso, senso del limite e pragmatismo devono essere i principi ispiratori di una buona politica che non cambi le regole in corsa – come nel caso dell’eliminazione dello scudo penale in favore dei dirigenti della multinazionale – e garantisca agli investitori, nazionali ed esteri, la condizione fondamentale della certezza del diritto ristabilendo la fiducia senza creare ansietà”.

I sindacati: “È una bomba sociale”
Preoccupati i sindacati che, intanto, hanno convocato per martedì mattina il consiglio di fabbrica, alle 9.30. “Significa che partono da oggi i 25 giorni per cui lavoratori e impianti ex Ilva torneranno all’amministrazione straordinaria. Tra le motivazioni principali, il pasticcio del Salva-imprese sullo scudo penale. Un capolavoro di incompetenza e pavidità politica: non disinnescare bomba ambientale e unire bomba sociale“, scrive il leader della Fim-Cisl, Marco Bentivogli. Una “decisione inaccettabile”, la definisce la segretaria della Fiom-Cgil Francesca Re David: “È da tempo che noi evidenziamo forti preoccupazioni rispetto alla realizzazione dell’accordo. Il comportamento del governo è contraddittorio e inaccettabile: con il Conte 1 ha introdotto la tutela penale parallela agli investimenti e con il Conte 2 ha cancellato la stessa norma dando all’azienda l’alibi per arrivare a questa decisione”, sottolinea Re David.

Intanto, l’azienda ha convocato per martedì alle 17 i sindacati Fim, Fiom e Uilm. Lo riferisce il segretario aggiunto della Fim Cisl di Taranto-Brindisi, Biagio Prisciano. La convocazione dell’azienda “nasce a seguito di una richiesta di incontro fatta da Fim, Fiom e Uilm rispetto a quanto accaduto oggi”, spiega.

Fiom e Uilm: “Il governo ci convochi”
“L’incontro con il governo, che chiediamo da settimane, diventa – dice la leader dei metalmeccanici della Cgil – ormai urgentissimo. L’azienda deve chiarire quali siano sue intenzioni rispetto dell’accordo e al piano di investimenti. In occasione dell’incontro fissato per stasera con la presidenza del Consiglio, la Cgil porrà la questione dell’ex Ilva come una priorità”. Duro anche il commento del segretario della Uilm, Rocco Palombella: “Una notizia drammatica ma era nell’aria, ce l’aspettavamo dopo le ultime decisioni del governo e del Parlamento. Nessuna azienda è in grado di produrre in un contesto difficile, in un clima pesante avendo tutti contro, dal governo alla regione fino al Comune di Taranto”. Adesso, aggiunge, si apre una “fase drammatica dall’esito incerto con il forte rischio di bloccare il risanamento ambientale causando una bomba ecologica, oltre alla perdita di 20mila posti di lavoro”. “Come già successo – continua – l’Italia perde un pezzo importante di uno dei più importanti settori della nostra produzione manifatturiera, la stessa siderurgia che il governo dichiarava essere essenziale per il nostro Paese. Ancora una volta la politica e le istituzioni hanno seguito un’onda populista e non gli interessi reali del Paese, dei lavoratori e dei cittadini. Quindi l’appello al governo e al Parlamento: “Devono assumersi le loro responsabilità e devono porre rimedio a un disastro che loro stessi hanno causato e che si sta per abbattere su tutti gli stabilimenti italiani dell’ex Ilva, non solo a Taranto”.

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