“Gli dici ‘vedi che una quota era di un amico mio, facci recuperare quelli suoi’, poi cosa vuole fare Matteo..”. Così il nome di battesimo del latitante ricercato dal 1993 ha acceso le antenne dei carabinieri del Ros che intercettavano l’ex avvocato Antonio Messina, massone e trafficante di stupefacenti, arrestato nell’ultima operazione antimafia della procura di Palermo. Il dialogo tra Messina e il genero Maurizio Sorrentino risale al 23 aprile 2016. “Gliel’ho detto io a quello, a Peppe gliel’ho detto”, aggiungeva Messina riferendosi a un traffico di cui aveva parlato anche con Giuseppe Fidanzati, figlio 59 enne del boss Gaetano Fidanzati morto a Milano nel 2013, e fratello di Stefano Fidanzati che secondo l’intelligence “ha un ruolo in ascesa all’interno di Cosa Nostra” . “Anto lascia perdere a Matteo, ma perchè lui non lo sa dov’è? Perchè non ci va? Si spaventa? Perchè non ci va”, ribatteva il genero a cui Messina rispondeva: “Non lo so, non lo possono trovare più”.

“Durante le indagini non è emerso nessun’altro soggetto con quel nominativo”, precisano gli investigatori convinti che si tratti del super ricercato Messina Denaro, le cui tracce hanno ravvivato un’indagine partita nel 2013 sui traffici di droga provenienti dal Marocco e dalla Spagna. La base del gruppo era nella periferia milanese, a Cesano Boscone, in un magazzino che stamattina è stato perquisito alla ricerca di nuovi spunti d’indagine. A dirigere le rotte erano Giacomo Tamburello e Nicolò Mistretta, ma alle loro spalle a fare da regista c’era l’ex avvocato Antonio Messina, già condannato per traffico di droga e in passato accusato per mafia. Tutti e tre sono originari di Campobello di Mazara – una delle roccaforti della mafia trapanese – e in pratica erano tornati a trafficare in droga facendo base a Milano, nonostante nel 2001 la corte d’Appello di Palermo li avesse condannati per aver coordinato i propri traffici dal capoluogo lombardo.

Dopo le scarcerazioni avevano ripreso a coordinare i traffici, riannodando i contatti con i vecchi fornitori. I punti di riferimento erano due uomini: Brahim e Pequeno. Il primo era tornato in Marocco dopo alcuni anni in Spagna, il secondo invece si era stabilito nella penisola iberica da cui curava “i rapporti di detta associazione con i fornitori marocchini”. È attraverso i loro canali che i campobellesi importavano hashish. Gli ufficiali del Gico della Finanza hanno tracciato una rete di corrieri e località chiave per l’organizzazione, svelando anche il tentativo di alcuni di loro di sfuggire alle indagini. “Devono impazzire”, diceva uno degli indagati, Maurizio De Nuzzo, che raggiungeva Palermo in aereo e ripartiva in auto lasciando il telefono in Sicilia, per poi tornare sull’isola con un’altro aereo. In alcuni casi però gli investigatori hanno bloccato i loro carichi, come i 240 kg sequestrati in un magazzino nella periferia milanese, a Cesano Boscone, nel 2013. “Per ora è la coca cola quella che va, che hanno tutti”, diceva Tamburello che intendeva approfittarne per “arrivare a fare movimenti da cinquecento, duecento, trecento” riferendosi all’hashish. “Metti sta cosa a mille e quattro”, diceva mentre calcolava i ricavi che ammontavano a 336mila euro.

Per incrementare le quantità erano sempre alla ricerca di mezzi di trasporto modificati, con dei vani creati appositamente nella carrozzeria. “Al prossimo giro c’è quello preparato”, dicevano riferendosi alla “macchina con l’imbosco”. Avevano in mente anche di importare della cocaina dal Sud America con investitori occulti garantiti da Messina, che “avevano al disponibilità di mezzi aerei e navali per il trasporto”. Per trovare un aereo avevano contattato perfino il noto Vito Bigione (arrestato lo scorso ottobre in Romania, dopo una breve latitanza). In una delle intercettazioni infine emerge un collegamento con un altra importante indagine sulle rotte della cocaina. È il luglio 2017 quando Tamburello, parlando con uno dei suoi contatti spagnoli, parla di un incontro fatto con “i due fratelli..questi di vela” che gli avrebbero chiesto un pagamento anticipato di 100mila euro. Ed è singolare che lo scorso maggio tre uomini originari di Mazara del Vallo (tra cui due fratelli skipper) siano stati fermati al largo della Polinesia Francese con 436 kg di cocaina, legati al trafficante Paolo Lumia.

Sullo sfondo dei loro affari però emerge il link tra Messina e Fidanzati, tanto che per l’erede del boss dell’Acquasanta i pm della Dda di Palermo, l’aggiunto Paolo Guido, i sostituti Francesca Dessì, Gianluca De Leo e Pierangelo Padova, avevano chiesto l’arresto, respinto dal gip Guglielmo Nicastro. L’asse viene svelato dopo alcune trasferte in cui Messina incontrava il cugino di Fidanzati, Vincenzo Lo Voi, nell’hinterland milanese. Fino al 5 marzo 2017, quando una telecamera nascosta nel bar “Black&White” di Peschiera Borromeo, registra l’incontro tra Messina e Fidanzati. L’intercettazione integrale è tuttora riservata, ma durante il faccia a faccia i due parlano di “un ragazzo di Castelvetrano a cui erano state fatte le scarpe“, riferendosi all’arresto di Francesco Guttadauro, il nipote di Messina Denaro in carcere dal dicembre 2013. Poi è Fidanzati a raccontare invece di un incontro “alla stazione della città di Trapani” in cui “iddu” era venuto con una Mercedes, accompagnato da Mimmo”. E se non è certa l’identità di iddu (il latitante o il nipote), è eloquente che Domenico Scimonelli (detto Mimmo), arrestato nel 2015, già condannato per mafia e per aver ordinato un omicidio, circolava con una Mercedes classe R.

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