Serena è qui e vuole giustizia. Serena ha sacrificato la vita, ma ora vuole giustizia. Chi le ha fatto del male adesso deve pagare”, aveva detto Guglielmo Mollicone questa mattina entrando in Tribunale a Cassino nel primo giorno del processo. Ma lui e sua figlia dovranno aspettare ancora, perché l’udienza preliminare sull’omicidio della 18enne uccisa nel 2001 ad Arce, il cui corpo venne trovato il 3 giugno in un bosco ad Anitrella, è stata rinviata al 15 gennaio. Quel giorno il gup Domenico Di Croce dovrà decidere se rinviare a giudizio il maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale, che sono accusati di concorso nell’omicidio, e l’appuntato Francesco Suprano accusato di favoreggiamento, l’unico degli indagati presenti in aula.

A determinare il rinvio è stato un difetto di notifica alla vedova di Santino Tuzi, il carabiniere che con le sue rivelazioni ha contribuito a mettere gli investigatori sulla pista della caserma dei carabinieri del piccolo centro della Ciociaria, dove secondo l’accisa Serena si sarebbe recata per denunciare un traffico di droga nel quale sarebbe stato implicato Marco Mottola e dalla quale non è mai uscita viva. In due occasioni, l’ultima pochi giorni prima di morire, Tuzi aveva dichiarato di aver visto Serena entrare nella caserma dei carabinieri di Arce il 1 giugno del 2001, il giorno della scomparsa. Il brigadiere era poi stato trovato morto l’11 aprile 2008 nella sua auto in un bosco, ucciso da un colpo di pistola al petto, e per la sua morte Quatrale è accusato di istigazione al suicidio.

“Mi chiedo come facciano a non vergognarsi a non sprofondare”, ha detto Guglielmo alla vigilia dell’udienza poi rinviata. “Sono un po’ provato anche se sono tranquillo finalmente stiamo arrivando alla meta che ci eravamo prefissi da tempo – ha proseguito il papà di Serena – Finalmente abbiamo occasione di dare giustizia a Serena”. “Santino Tuzi non aveva astio verso di loro e ha pagato con la vita l’aver detto le verità che conosceva – ha concluso, ricostruendo i passaggi fondamentali dell’inchiesta – come si fa a dire che non c’entrano? Serena è entrata lì, c’è il suo nome cancellato sul registro, ci sono verbali che dicono che è andata su. Mi chiedo come hanno fatto quelli che erano presenti a stare seduti lì sentendo una ragazza che veniva presa a calci e a pugni e veniva torturata senza intervenire”.

“Cercherò di essere presente a tutte le udienze perché è arrivato il momento che aspettavo da tanti anni. Eravamo pronti a iniziare oggi e lo saremo anche il 15 gennaio. Certo, è un’attesa un po’ straziante”, ha commentato Maria Tuzi, figlia del brigadiere suicida, costituitasi parte civile insieme all’Arma dei carabinieri, al padre e ad altri familiari della 18enne. “La bontà di mio padre è servita tanto perché con le dichiarazioni che ha fatto ha dato una svolta al caso – ha aggiunto – mi trovo qui a vedere le persone che non sono state al suo fianco. Sono orgogliosa di lui, io probabilmente avrei fatto la stessa cosa. Purtroppo non gli è stato dato modo di continuare a dire quello che poteva dire, ma quello che ha detto è stato abbastanza”. “Sono quasi sicura che per difendersi diranno di tutto e proveranno a far passare mio padre per un bugiardo – ha concluso la donna – ma chi conosce mio padre sa che non era un bugiardo e soprattutto non avrebbe accusato delle persone innocenti”.

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