Da qualche anno molti musicologi scrivono testi divulgativi e didattici. È una propensione felice: il sapere musicale deve giungere anche ai ‘non addetti ai lavori’. Se vogliamo che la musica (e con essa la musicologia) susciti attenzione a livello socio-economico, politico, amministrativo, giova alimentare nei cittadini la coscienza di quanto quest’arte e questo sapere incidano sulla formazione della persona e sullo sviluppo della vita associata. Dobbiamo dunque diffondere gli strumenti di base per accedere alla cultura musicale. Per ciò occorrono libri che illustrino con semplicità forme, generi e vicende storiche della musica. Sono però molto difficili da scrivere: esigono obiettivi chiari, un target ben definito, uno stile accattivante.

Nel 2019 l’editore bolognese Odoya ha pubblicato un’agile Storia dell’Opera lirica: un immenso orizzonte. L’autrice, Roberta Pedrotti, esercita la critica musicale e dirige la testata on-line “L’ape musicale”. Qui traccia la storia dell’opera dalle origini, ultimo Cinquecento, ai giorni nostri. Racconta gli eventi e le svolte salienti, ma anche taluni episodi minori, che hanno avuto un ruolo importante nell’espansione di questo genere pervasivo. Pedrotti tratta i fattori costitutivi del melodramma: musica, libretto, scena. Indugia sui compositori di prima sfera, sull’organizzazione sociale, sulle problematiche connesse alla censura. Evidenzia gli scambi intensi, e non sempre armoniosi, fra librettisti e musicisti, le reazioni del pubblico, le carriere dei cantanti. Dedica pagine degne di nota al Novecento. Contempla le opere di spicco, e in un capitolo apposito tratta l’opera al cinema, l’uso che la decima musa fa di scene, arie, pezzi concertati: da Senso a Pretty Woman, dal Padrino a Match Point. Il libro, amabilmente illustrato, è concepito come un piacevole intrattenimento per il melomane navigato, e al tempo stesso come un invito e un incitamento rivolto al neofita.

Recentissima è anche una Storia della musica in due volumi, edita da Le Monnier Università per Mondadori Education. L’hanno stilata due musicologi che insegnano nelle università di Milano e di Torino: Davide Daolmi ha trattato il periodo dalle origini al Seicento; Andrea Malvano, dal Settecento all’età contemporanea. Gemelli nella strutturazione, i due volumi sono improntati a modelli di pensiero differenti, che traspaiono fin dalle prefazioni e dai risvolti di copertina: il che promana dalla diversa natura del materiale indagato, ma anche dalle personalità scientifiche dei due autori. L’arco della storia della musica è tracciato con la debita apertura interdisciplinare, con schede di approfondimento, schemi essenziali, e una bibliografia per ciascun capitolo. Il contenuto è cospicuo.

Daolmi evidenzia ad apertura come la musica permei la nostra vita, organizzi il nostro sentimento del tempo, rimandi ai ritmi biologici del nostro corpo. Sottolinea l’importanza ma anche i limiti delle fonti scritte, e discute come e perché le musiche antiche siano state create, eseguite e amate. Abbondano gli agganci culturali e i nodi intellettuali: i miti della Grecia antica, le culture dell’Oriente, il ruolo di Carlo Magno, le problematiche della scrittura musicale, il rovello delle teorie, poesia e musica nel madrigale, il teatro impresariale, gli autori eccelsi dal Medioevo giù giù fino a Dufay, Josquin, Palestrina, Marenzio, Monteverdi. Molta bravura, cultura, ricchezza di idee. Con un rischio: lo studente o il neofita potranno assorbire tante nozioni? Non conveniva alleggerire il menu? Certo, il docente saprà mediare, ma è un compito sempre arduo.

Malvano dichiara il proprio intento didattico nella prefazione. Seleziona le opere, e sottolinea opportunamente la rinunzia a una pretesa di sistematicità. Se ricorre a nozioni tecniche, le spiega, facilitandone l’apprendimento. Per la seconda metà del Sette e per l’Ottocento mette in risalto le concezioni filosofiche: i nessi interdisciplinari emergono limpidi dalla narrazione. Talvolta qualche concetto rimane astratto, confinato in una semplice nozione: ‘Biedermeier’, ad esempio; nel contesto dell’esposizione, è davvero utile? lo si sarebbe potuto evidenziare e sviluppare in altro modo? Grande attenzione spetta al Novecento: da Stravinskij a Šostakovič, da Maderna a Nono, da Stockhausen al minimalismo fino al ‘rompete le righe’ del postmoderno. Tremano le vene ai polsi: si apprezza la perizia e la destrezza.

I due coraggiosi colleghi hanno trovato un editore non meno coraggioso, cui spetta riconoscenza. Va mosso un appunto: se vogliamo che il cartaceo, sempre benvenuto, possa competere con il digitale, non sarà il caso di puntare a una qualità di stampa più nitida? Ne guadagnerebbero i lettori.

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