Cultura

Gli imperdonabili, un manifesto intellettuale di cui si sentiva il bisogno

Il rischio poteva essere quello di risultare gli sfigati della situazione. Quelli ai quali hanno sempre detto no e per questo… Non solo. Il rischio poteva essere addirittura quello di crearsi nemici, di quelli sottili che poi un giorno fanno corpo. Tutti insieme o ciascuno per sé e per i propri interessi.

Eppure Gli Imperdonabili, il movimento messo in piedi da Veronica Tomassini e Giulio Milani (le cui linee guida troviamo su Internet ma che è stato messo in circolo solo da Il Fatto per quanto riguarda la stampa tradizionale) ha avuto il coraggio di correrli, questi rischi. E solo per ciò meriterebbe attenzione e orecchie pronte all’ascolto. Anche da parte di coloro che proprio da questo manifesto vengono messi alla porta.

Tomassini e Milani sostanzialmente non sanno ciò che vogliono, ma sicuramente quel che non vogliono. E lo elencano, punto per punto, indirizzando la loro lettera coraggiosa a uno dei settori della cultura italiana, l’editoria, tra i più bisognosi di uscire da un’asfissia di firme e commenti che dalla carta alla tv, da Internet alla radio, si autoesaltano a vicenda senza lasciar spazio a voci nuove. Magari chissà, sbagliate e odiose. Ma diverse.

A sintetizzarlo, questo manifesto, basta una frase: no ai caminetti letterari (leggi terrazze, salotti… etc) che escludono il nuovo in nome del garantito che si autoalimenta. Ed è qui la chiave di volta: “che si autoalimenta”. Perché finché realtà asfittiche decidono di rimanere tali, fatti loro. Ma quando la chiusura su loro stesse determina i cardi e i decumani della formazione del pensiero dominante, quindi del popolo tutto in una precisa direzione, allora no.

Gli Imperdonabili ha, perlomeno in questa sua fase d’esordio, il vento in poppa delle notizie tanto attese e ora finalmente arrivate.

Le avanguardie d’altra parte nascono così. Per carità, poi diventano esse stesse establishment, ma perlomeno hanno il pregio di aver apportato novità, voce nuova e stimoli diversi.

Comunque si sentiva il bisogno di questo avviso ai naviganti. E non solo perché la storia, e non solo letteraria, ci insegna che ci vuole se non rottura almeno apertura perché ci sia miglioramento, ma anche perché le società endogamiche, si sa, finiscono con lo sfornare cervelli non propriamente acuti.

Tutto il meglio, dunque, a questo nuovo movimento che dovrà crescere e sostanziarsi, sicuramente. Ma che ha il pregio di aver sollevato il coperchio di una pentola la cui minestra era in ebollizione da troppo tempo. E siccome le sorti culturali di questo paese stanno molto a cuore a chi non si fa una ragione di tante anomalie, chiedo ai due estensori del manifesto di valutare di aggiungerne una al loro già esaustivo cahier de doléances, giusto così.

E’ normale che chi in una casa editrice dovrebbe valutare in maniera limpida e precisa un dattiloscritto o un’opera prima, ricopra spesso il ruolo di autore per altre case editrici? Con quale serenità potrà mai valutare un’opera che potrebbe fargli concorrenza?

Domanda ingenua, forse. D’altra parte siamo nel paese in cui il conflitto di interessi è il minore dei mali. E comunque finora pur sempre prescrivibile.