Anche l’ex parlamentare di Forza Italia Denis Verdini è stato oggetto, in qualità di terzo non indagato, delle attività di acquisizione e perquisizione del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Milano nell’inchiesta su presunte attività di depistaggio per condizionare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria, attraverso anche le denunce a Trani e Siracusa di un complotto inesistente contro l’ad Claudio Descalzi. L’operazione di riguarderebbe, in particolare, presunte “utilità” all’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara e all’ex manager (licenziato nel 2013) Vincenzo Armanna, imputato nel processo Eni-Nigeria assieme, tra gli altri, all’ad Descalzi. Utilità affinché tacessero sulla sospetta partecipazione all’ipotizzato falso complotto da parte, tra gli altri, di Claudio Granata, capo del personale Eni, e dell’avvocato Michele Bianco.

Questi ultimi due tirati in ballo dallo stesso Armanna anche nel corso del processo con al centro la presunta maxi tangente sul giacimento petrolifero Opl-245 in Nigeria, con dichiarazioni in aula che hanno provocato, tra l’altro, la dura reazione dello stesso Bianco, che si è lamentato ad alta voce, smentendo. Tra le persone oggetto delle acquisizioni e perquisizioni, oltre anche a Granata e Bianco, figurano, da quanto si è appreso, pure Alfio Rapisarda, capo security Eni, e un avvocato-collaboratore di Amara, Alessandra Geraci. Nell’operazione, sviluppo di una più ampia indagine in corso da mesi, sono stati contestati in un decreto di una trentina di pagine, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, “induzione a non rendere dichiarazione o rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria” e corruzione tra privati.

Il procuratore aggiunto Laura Pedio e il pm Paolo Storari nelle scorse settimane hanno chiesto e ottenuto la proroga della complessa indagine, strettamente collegata con altri filoni aperti dalle Procure di Roma e Messina. Proroga da cui è risultato indagato, tra gli altri, per corruzione tra privati anche l’ex numero due di Eni Antonio Vella. Già nei mesi scorsi, tra l’altro, sempre a seguito di un’altra perquisizione delle Fiamme gialle era emerso che, secondo i pm, attraverso una delle società del gruppo Eni, la ‘Ets trading &shipping’, sarebbero arrivati all’avvocato Amara 25 milioni di euro affinché tacesse sul coinvolgimento di manager Eni nelle attività di “inquinamento probatorio“, attuate dallo stesso Amara tra il 2015 e il 2016. Soldi arrivati, in particolare, secondo le indagini, alla società Napag, riconducibile ad Amara. Era indicato già mesi fa, poi, negli atti dell’indagine che sarebbe stato, secondo l’accusa, l’ex capo dell’ufficio legale e dirigente Eni, Massimo Mantovani, a dare “le indicazioni necessarie” all’avvocato Amara “per l’organizzazione dell’attività di depistaggio” attraverso “i fatti denunciati sia a Trani che a Siracusa“, che “venivano costruiti ad hoc al fine di delegittimare le indagini milanesi” su Eni-Nigeria, con imputato l’ad Claudio Descalzi, “e di ostacolare lo svolgimento”. Tra l’altro, nel complicato intreccio di indagini tra Milano, Roma e la Sicilia, l’ex parlamentare Verdini è accusato dalla Procura di Messina di aver ricevuto come , lui stesso già coinvolto nell’inchiesta sul cosiddetto ‘Sistema Siracusa’ con l’avvocato Giuseppe Calafiore e con al centro indagini e fascicoli ‘pilotati’.

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