Bendato, picchiato e torturato. E’ quello che è accaduto a Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna noto in Egitto per il suo impegno nel campo dei diritti umani. A raccontarlo a ilfattoquotidiano.it è l’avvocato Wael Ghally, legale che da più di 15 anni si occupa di diritti umani che per tutta la giornata di ieri ha assistito il giovane alla procura di Mansoura, il luogo dove Zaki è riapparso dopo 27 ore di ricerca da parte dei familiari.

“Alle 4 del mattino del 7 febbraio Patrick era in fila al controllo passaporti all’aeroporto del Cairo – racconta Ghally a ilfattoquotidiano.it – l’agente si è accorto che su di lui pendeva un mandato di arresto e allora lo ha condotto in una stanza”. In quel momento Zaki era al telefono – su cui era ancora inserita la sim italiana – con il padre ed è stato in grado di avvertire i familiari. Quello che è accaduto dopo è un copione che chi si occupa di diritti umani in Egitto conosce bene.

“Patrick è stato bendato e trasferito in una location sconosciuta a circa un’ora di auto dall’aeroporto, per la mia esperienza posso dire che era un edificio dell’Amn el-Dawla (i servizi segreti egiziani che fanno capo al Ministero dell’Interno al quale appartengono i 5 uomini iscritti nel registro degli indagati della Procura di Roma per la morte di Giulio Regeni, ndr)”, continua Ghally. “Era in una stanza con due agenti, è stato picchiato e torturato con l’elettricità. Ma non con il bastone, solo con dei fili in modo che non rimanessero segni. Chi lo ha fatto è un professionista che sa come fare”.

In questa stanza Patrick ha subito un primo interrogatorio sulla attività di ricerca che da anni svolge con l’EIPR (l’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights), in particolare sui cristiani copti. Dopo, il giovane è stato trasferito nella stazione di polizia di Mansoura 2 dove ha subito altri maltrattamenti e solo intorno alle 11 di ieri è stato raggiunto nella Procura di Mansoura sud da due avvocati tra cui Ghally. Durante l’attesa Zaki ha potuto vedere, grazie alle richieste dei suoi avvocati, anche i genitori e la sorella. “Siamo rimasti lì sino alle 18 quando siamo entrati in aula. Abbiamo dovuto attendere tanto perché tutto il caso è comunque guidato dall’Amn el-Dawla dal Cairo che ha trasferito il fascicolo”.

Nell’aula di tribunale Zaki ha trovato un collegio di giudici, una sorte di Corte d’Assise civile che in Egitto giudica i casi che riguardano la sicurezza nazionale. Le accuse formalizzate dalla procura sono cinque e si va da “diffusione di false informazioni per minare la stabilità nazionale” e “incitamento a manifestazione senza permesso”, oltre a “tentativo di rovesciare il regime, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza. Quello che è emerso immediatamente è che le indagini sul giovane sono iniziate a fine settembre dello scorso anno quando il paese si trovava in stato di allerta a causa delle manifestazioni contro il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi presenti in tutto il paese. In quei mesi lo stato di polizia aveva inflitto un ulteriore giro di vite anche sui social network, visto che proprio da facebook erano state indette le proteste grazie ai video di Mohamed Ali, imprenditore egiziano in esilio in Spagna.

“Durante l’udienza, il giudice aveva in mano una lista di post su Facebook stampati che non siamo riusciti a vedere. Soprattuto ci siamo accorti che aveva in mano verbali con prove completamente inventate”, continua Ghally. In particolare, una perquisizione fatta il 24 settembre 2019 nella casa di famiglia di Mansoura: nel verbale c’è scritto che la polizia è entrata in casa e ha trovato la madre e che ha svolto una perquisizione nell’abitazione del giovane portando via numerosi effetti personali. Ma “quella perquisizione non è mai avvenuta, perché la famiglia di Zaki si è trasferita al Cairo 8 anni fa”.

Un altro punto contestato dagli avvocati di Zaki è il verbale del suo arresto. “Lo abbiamo visionato e c’è scritto che è stato arrestato nel quartiere di Jadyala a Mansoura. Anche questo verbale è chiaramente falso perché il suo fermo è avvenuto all’aeroporto”. Intanto il giovane resta nella stazione di polizia di Mansoura 2 dove sconterà i 15 giorni di custodia cautelare. È in cella con altre persone, ma i genitori sono riusciti a fornirgli cibo e vestiti. La prossima udienza è prevista per il 22 febbraio.

“Patrick sa bene che la custodia cautelare, come avviene nel caso di numerosi attivisti incriminati, può essere rinnovata per lunghi periodi di tempo, anche un anno o due”, spiega Ghally. “Noi speriamo che il caso venga raccontato e che anche l’Italia ci aiuti a tenere alta l’attenzione. Le autorità egiziane sanno che dopo il primo clamore su molti casi scende l’oblio. Chiediamo aiuto anche all’Italia per evitare che questo accada”.

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