Non solo coronavirus. In America Latina c’è un’altra emergenza da affrontare che preoccupa, e non poco: la febbre tropicale dengue, che avanza galoppando, seppur silenziosamente. Più di 3 milioni le persone positive in tutto il continente e 1538 i morti nel 2019, anno che ha registrato un brusco aumento dei casi, segnando la peggiore epidemia della storia per questa malattia in Sudamerica dopo il record del 2015. E le cose per il 2020 non promettono di andare meglio. Nei primi mesi di quest’anno sono già oltre 320mila i casi segnalati, che superano abbondantemente quelli dello stesso periodo del 2019. Sono distribuiti principalmente tra Brasile (167mila), Paraguay (85mila) e Colombia (20mila), anche se il maggior aumento di incidenza, rispetto alla popolazione, si è avuto in mila, Belize e Honduras.

Questa febbre tropicale è trasmessa dal morso delle zanzare Aedes aegypti e negli ultimi anni ha conosciuto una crescita notevole non solo in America Latina, ma anche in Africa e Asia. I primi sintomi sono febbre alta, seguita da dolore alla testa e muscolari, poi all’addome e le articolazioni, con anche nausea e vomito. Secondo i dati dell’Organizzazione della sanità panamericana (Paho), la quantità di persone ammalatesi l’anno scorso è stata sei volte maggiore del 2018, e il 30 per cento in più di quelle registrate nel 2015. “Paesi come Belize, Costa Rica, Salvador, Messico e Nicaragua hanno avuto il triplo dei casi nel 2019, mentre altri come Antigua e Barbuda, Brasile, Guadalupe, Guatemala, Honduras, Jamaica, Martinica e Repubblica Dominicana, hanno avuto una crescita dalle 7 alle 10 volte superiore. Ciò significa – ha detto la Paho – che il continente attraverso un periodo epidemico per la dengue per la prima volta dal 2015”.

L’Uruguay è l’unico paese latinoamericano dove non si sono avuti casi l’anno scorso, mentre il Costa Rica ha segnato una crescita del 76 per cento tra 2019 e 2010, e il Brasile un aumento del 19 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Alfonso Tenorio, rappresentante della Paho in Bolivia, non ha usato mezzi termini: “Questa è la peggiore epidemia di dengue nella storia del continente americano. Serve lo sforzo e la partecipazione attiva dei cittadini, unita agli sforzi dei governi, per combattere questa malattia”. La Bolivia sta infatti vivendo una delle situazioni più preoccupanti: nel 2019 il tasso di incidenza è aumentato del 113 per cento, passando da 67,73 casi ogni 100mila abitanti dell’anno precedente a 144,37 casi, così come la Colombia, dove il tasso di incidenza è cresciuto del 425 per cento. In Paraguay, dove lo stesso presidente Mario Abdo si è ammalato, il Parlamento ha approvato la dichiarazione di emergenza sanitaria, che sarà in vigore per 90 giorni, mentre in Brasile il governo di Jair Bolsonaro sta lavorando su uno scenario di aumento di casi per tutto il 2020, con alcuni municipi e stati del Paese che hanno già dichiarato lo stato di allerta.

Secondo gli esperti, tra le cause di quest’impennata nei casi di dengue in America Latina ci sono tre fattori, tutti collegati all’attuale processo di globalizzazione, quali la grande mobilità delle persone, l’urbanizzazione e il cambiamento climatico. Con l’aumento delle precipitazione e delle temperature le zanzare tropicali riescono infatti a invadere le zone subtropicali. Tuttavia, anche se la dengue è una malattia endemica nella regione, l’attuale epidemia presenta alcune novità. Come rileva Romeo Montoya, consulente per le malattie trasmissibili della Paho, “colpisce questa crescita in America Centrale e nei Caraibi perché la stagione delle piogge inizia a maggio ed è allora che il numero di casi aumenta normalmente”. Una situazione dunque difficile da gestire, soprattutto ora che sta per arrivare lo tsunami dell’epidemia da coronavirus anche nei paesi latinoamericani, dove i sistemi sanitari sono molto più fragili di quelli europei.

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