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Coronavirus, negli Usa l’epidemia scatena la vendita di armi. Per i lobbisti sono beni essenziali: “Diritto di proteggersi viene da Dio”

Americani nei negozi e in rete per comprare fucili e munizioni: il timore è che l'epidemia porti alla disintegrazione dell’ordine pubblico con furti, saccheggi, omicidi. Intanto i lobbisti fanno pressing perché le armi vengano considerate beni di prima necessità. E anche per i sostenitori del gun control la scelta è difficile: fermare la filiera significa alimentare il mercato nero e quindi diminuire i controlli su vendite e acquirenti

Ci sono momenti della recente storia americana in cui la vendita delle armi conosce un’improvvisa impennata. Succede di solito dopo un massacro, una strage di massa, quando l’indignazione popolare contro pistole e fucili cresce e una parte dei politici minacciano di votare restrizioni alla loro vendita. Non succede mai nulla ma comunque migliaia di americani si precipitano nei negozi e in Rete per rivendicare il loro sacro diritto al Secondo Emendamento. Comprano armi, mentre il ricordo della strage, lentamente, si dissolve. In attesa, di solito, della successiva.

Più raro che sia un’epidemia globale a scatenare la corsa alle vendite. Eppure è quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti. L’angoscia, il senso di incertezza sul futuro hanno di nuovo scatenato la corsa agli acquisti. Ci sono alcuni dati che rivelano l’ampiezza del fenomeno. I background checks, i controlli preventivi su chi compra un’arma, sono aumentati dal 1 gennaio al 13 marzo 2020 del 300 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Non c’è comunque bisogno dei numeri ufficiali per farsi un’idea di quello che sta accadendo. Le scorse settimane file lunghissime si sono formate all’esterno di alcune rivendite di armi a Los Angeles. I proprietari delle rivendite confessavano di aver venduto oltre trecento tra armi e fucili in una sola settimana. Stessa situazione in altre aree della California, in Alabama, in Ohio, nello Stato di Washington.

Probabilmente non è solo l’incertezza scatenata dal Covid-19 a spiegare il fenomeno. In questi mesi si svolgono le primarie democratiche, con le inevitabili promesse dei candidati democratici di introdurre il gun control a livello federale. E ci sono alcuni Stati, per esempio la Virginia, pronti a votare leggi restrittive del diritto di portare un’arma. L’emergenza coronavirus ha però fatto esplodere tutto. “Gli americani vogliono esercitare il diritto che gli viene da Dio di portare un’arma e di proteggere le loro famiglie”, ha spiegato Mark Oliva, portavoce della National Shooting Sports Foundation (NSSF), il gruppo che fa attività di lobby a favore di produttori e rivenditori. Il ragionamento è sostanzialmente questo: il coronavirus porterebbe a una disintegrazione dell’ordine pubblico. Furti, saccheggi, omicidi. Il senso di rottura della legalità sarebbe totale. Da qui il bisogno di ogni americano di difendersi in proprio, senza aspettare l’intervento della forza pubblica.

In questi giorni proprio la NSSF sta facendo opera di lobby a Washington e nei singoli Stati per permettere a negozi, manifatturieri, poligoni di tiro di continuare a lavorare nonostante l’emergenza. L’obiettivo è definire questi servizi come “essenziali”, in modo non diverso dai negozi di cibo, dalle farmacie, dai benzinai. Ovviamente, i produttori di armi con contratti pubblici sono già considerati essenziali – e continuano quindi a lavorare. Il problema si pone per tutti gli altri. Perché a un negozio dovrebbe essere permesso di continuare a vendere munizioni, mentre ristoranti e bar sono chiusi? Perché un poligono di tiro dovrebbe poter continuare ad operare, mentre palestre e piscine non lavorano?

“Siccome non viviamo nel West selvaggio, dove la gente deve procurarsi il cibo con i fucili – e siccome abbiamo una polizia che funziona – è difficile articolare una ragione vera perché i negozi di armi debbano essere considerati servizi essenziali”, ha detto il sindaco di San Jose, Sam Liccardo. Il problema è che come spesso accade in queste occasioni – e l’emergenza coronavirus ha messo in luce nel modo più drammatico la mancanza di coordinamento tra governo centrale e Stati – ognuno va per conto proprio. Ci sono, al momento, 19 Stati che hanno emanato forme diverse di restrizioni per i propri cittadini. Ohio, Kentucky, Illinois e Connecticut hanno deciso di tenere aperti i negozi di armi, scegliendo però di chiudere quasi tutto il resto. New York, New Jersey e Massachusetts hanno invece scelto di fermare temporaneamente la vendita di pistole e fucili.

Il caso più paradossale è quello della contea di Los Angeles, dove lo sceriffo ha chiuso tutti i negozi di armi dopo che lo Stato aveva emanato l’ordine di “stay at home”. Su consiglio del proprio ufficio legale, spaventato da possibili cause, lo sceriffo ha quindi riaperto i negozi. Le autorità della contea stanno valutando il prossimo passo, ma il rapido dietrofront a Los Angeles rivela la forza delle pressioni che sulla politica stanno arrivando dalla lobby delle armi. Lawrence Keane, vice presidente della NSSF, ha scritto al Department of Homeland Security chiedendo che il governo federale usi la definizione di “infrastrutture critiche” per l’intero sistema (compresi quindi i poligoni di tiro).

Cibo, acqua, un riparo e un’assistenza medica adeguata sono fondamentali per la sopravvivenza”, ha spiegato Keane – ma lo è pure la possibilità per l’individuo di difendere se stesso, la propria casa, i propri affari, la propria proprietà”. Alcuni tra gli stessi sostenitori del gun control mostrano come il momento sia particolarmente difficile e come ogni scelta implichi dei rischi. David Chipman del “Giffords Law Center to Prevent Gun Violence” racconta che mettere delle armi nelle mani di persone senza una vera preparazione – e in un periodo in cui ognuno di noi è soggetto a tensioni enormi – potrebbe essere una scelta disastrosa. C’è però l’altro lato della medaglia. Chiudere i negozi potrebbe alimentare il mercato nero e quindi diminuire i controlli su vendite e acquirenti.

Il dibattito quindi continua e probabilmente continuerà, senza una vera decisione, fino alla fine dell’emergenza. Non c’è questione della vita americana che si sia rivelata più ostica, intoccabile, irriducibile delle armi. Qualche giorno prima di abbandonare la Casa Bianca, Barack Obama disse che “la frustrazione più profonda della mia presidenza è stata non essere in grado di far passare una legge sul gun control”. Non c’è stato massacro – Las Vegas, Orlando, Virginia Tech, Sandy Hook – che sia stato capace di smuovere la politica americana. Non c’è stata categoria o numero di vittime – i bambini di una scuola elementare, i frequentatori di un concerto, studenti universitari, gay, fedeli di una chiesa battista – le cui vite siano servite a far passare uno straccio di legge. La discussione quindi andrà avanti ma ogni Stato e contea farà per sé fino a quando l’emergenza Covid-19 si placherà.

Del resto il coronavirus oggi, in America come altrove, funziona da detonatore di ansie, angosce, tensioni chiuse da sempre nel cuore profondo della nazione – e che non aspettano altro che essere portate alla luce. “Quando ti dicono che il coronavirus è un fantasma nascosto che prima o poi ti colpirà, quando TV e media non fanno altro che parlarne, beh, la gente ci crede e si spaventa”, diceva un camionista in pensione, in fila fuori da un negozio di Lenoir, North Carolina, per comprare 300 cartucce per il suo AR-15.