Il decreto Liquidità rischia di favorire le associazioni criminali. Il caos provocato dal Covid 19 ha aperto gli appetiti di un altro virus, più perverso e resistente a qualsiasi vaccino: quello rappresentato dalle mafie. Sul provvedimento approvato dal governo nei giorni scorsi per combattere l’emergenza economica provocata dall’epidemia di coronavirus arriva l’ennesimo allarme: è questa volta proviene dal Consiglio superiore della magistratura. Già nei giorni scorsi i capi delle procure di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, avevano chiesto “urgenti correzioni di rotta sulle disposizioni del decreto che facilita l’accesso al credito. E pure il Viminale aveva inviato una circolare ai prefetti per chiedere “un’attenta e accurata valutazione di tutti i possibili indicatori di rischio di condizionamento dei processi decisionali pubblici funzionali all’assegnazione degli appalti”.

Adesso sulla questione interviene Nino Di Matteo, per tutta la vita in prima linea nella lotta a Cosa nostra da pm di Palermo, da alcuni mesi consigliere togato del Csm. “La decisione- senza dubbio opportuna- di immettere ingenti risorse finanziarie nel circuito economico del paese per fronteggiare le conseguenze della pandemia sul tessuto produttivo nazionale rischia di favorire anche le imprese criminali“, dice il magistrato, eletto a Palazzo dei Marescialli da Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo. Nella seduta del 14 aprile Di Matteo ha chiesto alla sesta commissione del Csm, quella competente per i pareri sui provvedimenti di legge, di discutere i problemi legati al dl Liquidità. Una richiesta avanzata insieme al collega Giovanni Zaccaro, consigliere eletto da Area, la corrente di sinistra delle toghe. La commissione, però, ha respinto l’istanza, ma i due consiglieri riproprorrano l’apertura di una pratica sul dl Liquidità. Sostenuti dai colleghi Giuseppe Cascini, Elisabetta Chinaglia, Mario Suriano e Alessandro Dal Moro, tutti di Area, e da Sebastiano Ardita, altro togato di Autonomia e indipendenza

Ma quali sono i rilievi di Di Matteo e Zaccaro al provvedimento del governo? Perché il dl rischierebbe di favorire le mafie? “La previsione normativa – sostengono i magistrati – non contiene alcun meccanismo per escludere dai benefici le imprese riferibili a persone coinvolte in processi di criminalità organizzata o che abbiano riportato condanne o siano indagati per reati contro la pubblica amministrazione o reati tributari. Né consente di verificare l’effettivo utilizzo dei fondi percepiti per affrontare la crisi legata alla diffusione del Covid 19″. A erogare le somme sarebbero le banche, garantite dallo Stato, ma senza alciun controllo sui beneficiari, come normalmente è previsto dalle norme antimafia.

Per questo motivo i componenti del Csm vorrebbero chiedere all’esecutivo di inserire nel decreto “misure che impongano di vagliare – anche tramite la forma della autocertificazione – i precedenti penali di chi occupa ruoli rilevanti nelle imprese che si candidano a percepire i finanziamenti, così da escludere chi sia stato condannato per reati di criminalità organizzata, reati contro la pubblica amministrazione e reati tributari nonché proposto per la irrogazione di una misura di prevenzione personale o patrimoniale”. Ma non solo. Nella richiesta di Di Matteo e Zaccaro si citano come “opportune” anche l’inserimento norme che “rapportino l’entità del beneficio percepito al fatturato dichiarato nell’anno precedente, in modo da non premiare forme di evasione fiscale“. Nel provvedimento andrebbe previsto l’inserimento di misure che “consentano di tracciare – anche tramite l’accredito in conti correnti “dedicati”- i benefici percepiti affinchè si possa avere contezza del loro uso compatibile con l’intento del legislatore”. Di Matteo e Zaccaro vorrebbero che dalla sesta del commissione del Csm partisse anche una richiesta, indirizzata all’esecutivo, per chiedere di potenziare “le amministrazioni periferiche dello Stato e le Agenzie di controllo affinchè possano monitorare la destinazione dei finanziamenti“. Secondo le analisi dei due magistrati queste “misure potrebbero servire a prevenire fenomeni, purtroppo noti nella storia giudiziaria del paese, di malversazione dei fondi pubblici o di illecita concorrenza delle imprese illegali, rispetto ai quali l’intervento dell’autorità giudiziaria è per forza di cose successivo e meno efficace”. Insomma: prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nella ricostruzione del Paese, non combatterla dopo, quando spesso i danni all’economia sana sono giò stati fatti.

Rilievi simili a quelli già mossi dai capi degli uffici inquirenti di Milano e Napoli. Nei giorni scorsi, con unun intervento ospitato da Repubblica, i procuratori Greco e Melillo lamentavano che “alcuni aspetti del decreto credito, osservati nella prospettiva delle politiche di prevenzione criminale, appaiono assai preoccupanti“e “appare concreto il rischio che si determinino condizioni favorevoli ad un imponente trasferimento di risorse pubbliche dallo Stato alle imprese governate da interessi opachi o prettamente illeciti, finanziando di fatto anche evasori e truffatori seriali, quando non anche fiduciari delle organizzazioni criminali della peggior specie”. I due magistrati chiedevano al governo, in sede di conversione o con un intervento normativo da adottare ancora prima, “più alti e resistenti argini rispetto ai pericoli che si profilano”.

Invito subito raccolto dal guardasigilli Alfonso Bonafede, che aveva spiegato come i suoi uffici legislativi fossero già al lavoro sulle correzioni da fare al testo del decreto liquidità. Parallelamente la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese aveva inviato una circolare la richiesta ai prefetti di effettuare a loro volta “un attento monitoraggio dell’andamento delle misure di sostegno al bisogno di liquidità delle famiglie e delle imprese”. Insomma, un tentativo di coprire eventuali falle del decreto. Punti deboli in cui l’altro virus, quello delle mafie, è pronto a infiltrarsi.

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