Undici giorni di indagini in piena emergenza coronavirus sono stati sufficienti alla Squadra Mobile di Napoli per individuare alcuni degli autori della devastazione che nella notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo mise in ginocchio il pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini.

Nove di questi, due dei quali minorenni, inchiodati dai fotogrammi del sistema di videosorveglianza e dalle testimonianze del personale medico e paramedico, sono stati arrestati all’alba del 20 aprile. Accolta integralmente la richiesta di misure cautelari della Procura di Napoli datata 12 marzo – pm Enrica Parascandolo, Antonella Fratello e Urbano Mozzillo, procuratore capo Giovanni Melillo – sfociata in un provvedimento del Gip Nicoletta Campanaro che contesta agli indagati anche il metodo camorristico.

Il raid notturno fu successivo alla morte di Ugo Russo, il baby rapinatore di 15 anni ucciso dai colpi di pistola esplosi da un carabiniere quella notte nel borgo di Santa Lucia a Napoli. E tra gli arrestati ci sono anche un cugino e due zii del ragazzo che spirò al Pellegrini due ore circa dopo il ricovero. Si tratta di Giovanni Grasso, 23 anni, che già il 9 marzo era stato catturato dai carabinieri per la “ritorsione” a colpi d’arma da fuoco contro la caserma Pastrengo, dove ha sede il comando provinciale dei carabinieri di Napoli, e dei suoi genitori, Maria Pia Russo (sorella del papà di Ugo) e del marito, Salvatore Grasso. Quella notte, scrive il Gip, si delineò un “quadro di assoluta impotenza dello Stato di fronte all’aggressività dei numerosissimi soggetti giunti presso l’ospedale”. La cui condotta viene descritta nel segno di “un assoluto disprezzo delle leggi, delle istituzioni e delle norme del vivere civile”.

Quella notte ci fu un assalto: furono distrutti computer, suppellettili, mobilio, strumenti di lavoro medico e paramedico. Un uomo si tagliò la mano prendendo a pugni un vetro e fu curato sul posto, nel caos. Lo zio di Ugo Russo scaraventò persino una sedia a rotelle contro un’auto della polizia, danneggiandola, tra le diverse accorse per provare a ripristinare l’ordine pubblico.

Le forze dell’ordine furono accolte tra insulti e minacce: “Le pistole non le tenete solo voi”, gridavano gli assalitori. Medici e infermieri hanno testimoniato di non aver provato mai tanta paura nella loro vita. Per loro fu impossibile lavorare, tra le percosse, le tachicardie e gli stati di ansia insorti. Per i danni, il manager dell’Asl Ciro Verdoliva dovette chiudere il pronto soccorso per una giornata e deviare i pazienti verso altri ospedali.

Le indagini non hanno chiarito se l’assalto sia avvenuto in maniera spontanea o fu coordinato da convocazioni via sms o sui social. È certo che vi parteciparono molte persone in più di quelle arrestate. Il lavoro investigativo prosegue per identificare gli altri complici.

Due destinatari delle nove misure, un minorenne e Salvatore Mazzocchi, non sono stati trovati dalla Polizia di Stato nei rispettivi domicili. Entrambi si sono consegnati successivamente alle forze dell’ordine. Per loro sarà notificata anche la sanzione per la mancata osservanza delle norme anti contagio. Per la morte del 15enne, avvenuta durante un tentativo di rapina che il minorenne voleva mettere a segno insieme a un complice, è indagato con l’accusa di omicidio volontario un militare dell’Arma, 23 anni, napoletano ma in servizio nel Bolognese.

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