Vi ricordate l’imbarazzante data breach sul sito dell’Inps avvenuto il 1° aprile 2020? Proprio il giorno del pesce d’aprile tutto avrebbe dovuto essere pronto e accessibile sul sito Inps, in modo da richiedere gli agognati bonus promessi dal Decreto Cura Italia. Qualcosa andò storto e sia il direttore generale dell’Inps che il presidente Conte dichiararono improvvidamente che pericolosissimi hacker si erano intrufolati nell’inossidabile sistema informatico, generando gravi problemi.

Molti esperti di sicurezza rimasero dubbiosi su queste “rassicurazioni istituzionali”, ricercando piuttosto l’origine di tutti i mali in uno sviluppo sbagliato del sistema di gestione dei bonus, impreparato ad accogliere un numero prevedibilmente alto di domande. E qualche giorno fa il Garante della protezione dei dati, a seguito delle puntuali verifiche effettuate, ci conferma che a “spulciare” i dati personali di malcapitati italiani non è stato un misterioso pirata informatico: il data breach è stato determinato più semplicemente (come tutti in realtà avevano compreso sin dall’inizio) da un’inadeguata predisposizione delle (ex lege dovute) misure di sicurezza informatica da parte di Inps.

Ora l’Istituto finalmente dovrà dire la verità su quanto accaduto ai tanti interessati della violazione, senza trincerarsi dietro ridicoli comunicati stampa che attribuivano le colpe delle proprie inefficienze all’esterno. Imbarazzante, vero? Imbarazzante che ancora in questo Paese si sbandieri tanto la trasparenza, per poi praticarla così poco nel concreto.

A maggior ragione quando si ha anche fare con sistemi di digitalizzazione si dovrebbe puntare alla semplificazione dei processi, in favore di un rapporto diretto e controllato con i cittadini. Questo almeno si leggerebbe astrattamente nel Codice dell’amministrazione digitale, normativa all’avanguardia in vigore dal 2005 nel nostro Paese, ma misconosciuta nel concreto da politici e amministratori pubblici. Purtroppo.

Ne stiamo avendo ulteriore prova con l’incredibile situazione che stiamo vivendo a proposito dell’app Immuni. La gestione ondivaga e grossolana della “soluzione” da parte del Governo ha implacabilmente messo a nudo le inefficienze della digitalizzazione del nostro Paese, che ancora oggi si trova ad occupare gli ultimi posti negli indici Desi.

La situazione Immuni è arrivata essere surreale. Da un lato, sotto l’onda delle critiche ricevute, abbiamo assistito a un’azione di affannato inseguimento di quanto prevedono da tempo le normative in vigore in materia di protezione dei dati personali, di trasparenza, di riuso delle soluzioni software. Dall’altro lato, si avverte la mancanza di strategie reali.

I dati personali dei cittadini rischiano di essere coinvolti in un’operazione che nei giorni delle audizioni dei ministri Speranza, Pisano, del dg del Dis Vecchione e del Commissario Arcuri ha assunto le fattezze di uno pseudo “spionaggio di Stato”, in barba al semplice buon senso, tanto che persino il Copasir è dovuto intervenire con forza per provare a fare ordine.

E ancora oggi si attende di poter visionare in trasparenza sia il contratto di appalto di servizi informatici che lega Bending Spoons al nostro Governo, sia il codice sorgente di Immuni misteriosamente tenuto sotto chiave.

Un qualsiasi ministro dell’innovazione tecnologica in una situazione del genere avrebbe abbandonato il progetto, chiedendo semplicemente scusa per aver insistito così tanto nel volerlo portare avanti sino ad oggi. Dopo mesi di parole, non si ha alcuna certezza sulla sua configurazione e soprattutto sulla sua reale efficacia per prevenire un virus che sembrerebbe ormai in una fase meno preoccupante. Rimangono invece tutte le preoccupazioni sullo stato in cui versa l’Italia in materia di digitale.

Un Paese, l’Italia, che purtroppo sta vivendo tutti i paradossi di una politica più incentrata sullo storytelling in materia di digitalizzazione, piuttosto che di costruzione sia di strategie a lungo termine, sia di competenze multidisciplinari in grado di trainare con attenzione questo importante e necessario cambiamento, che mai come nel periodo di lockdown abbiamo percepito come fondamentale.

Attenzione: la tecnologia per sua natura è neutrale e la gestione del dato digitale, a maggior ragione quello sanitario, muove grandi interessi. Ecco perché è importante non adeguarsi “semplicemente” a scelte sviluppate dai grandi player, magari della Silicon Valley. Il nostro Paese dovrebbe essere in grado di dire la sua e di investire su proprie soluzioni, se possibile e nel giusto tempo, senza affogarsi in continui e inutili progetti all’inseguimento dell’effimera e momentanea visibilità.

Si ha l’amara sensazione che a pagarne poi alla lunga le conseguenze siano sempre e solo i cittadini che devono avventurarsi nei meandri burocratici di servizi digitali efficienti solo “sulla carta”, come ad esempio sta accadendo in questi giorni con il Fascicolo Sanitario Elettronico in Puglia. E di esempi di questo tipo purtroppo l’Italia è piena.

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