Amo il cinema perché amo la vita e amo la vita perché amo il cinema. Cocteau diceva che “il cinema è la morte al lavoro”, Silvano Agosti dice che “il lavoro è la morte del cinema”. Nel mondo del cinema ho solo due amici e sono due “irregolari”: Silvano Agosti e Bruno Zanin (il Titta di Amarcord, tanto per intenderci sbrigativamente, ma molto altro: scrittore per esempio).

A me sono sempre piaciuti gli irregolari, per essere più precisi: gli irriducibili; quegli artisti che non accettano per indole e per principio di essere appunto “ridotti” al ruolo di artista, di occupare una casella nel grande casellario dei sistemi produttivi.

Il giardino delle delizie, opera prima di Silvano Agosti, siamo nel lontano 1967, fu mutilato dai produttori, smembrato, ridotto! Dopo quella esperienza Silvano giurò a se stesso di non farsi più “stuprare” dal denaro, iniziò a prodursi i film da solo e poi divenne gestore di un mitico cineclub: l’Azzurro Scipioni in via degli Scipioni, vicino al Vaticano.

In queste due sale (sala Chaplin e sala Lumière) dell’Azzurro Scipioni Silvano proietta i capolavori del cinema di ogni tempo, i suoi film e i film contemporanei che ai suoi occhi conservano un briciolo di poesia anche se partoriti dall’industria cinematografica. Se siete giovani registi o registi fuori da ogni logica commerciale, potete anche spedire all’Azzurro i vostri film e magari saranno proiettati in una delle sale di Silvano e avranno la dignità del grande schermo.

A me è capitato di avere due serate dedicate alla mia opera, Silvano vede in me un regista “selvatico”, e di questo gli sono grato, poi nel tempo siamo diventati amici per la pelle, nel senso che ogni tanto ci diamo qualche carezza casta come un velo, ci amiamo come si possono amare due fiori mossi da un venticello che spira dove vuole, dove desidera, senza seguire nessun percorso obbligato. L’amicizia è amore. E solo due persone libere possono amarsi veramente, il resto è burocrazia.

Pochi giorni fa ci siamo sentiti al telefono e Silvano come se nulla fosse ha fatto esplodere una bomba, terrorista che al posto della dinamite usa lo stupore: “Sai che il 26 maggio esce il mio libro Lettere dalla Kirghisia pubblicato da Mondadori?”, allora gli chiedo subito: “Silvano, ma diranno che ti sei venduto, li conosci gli haters, quelli che vedono il marcio dappertutto perché hanno le uova (non di garofano) andate a male sulla retina, gli odiatori diranno questo”, e Silvano con la sua meravigliosa semplicità che profuma sempre di “volpe e sorgente” mi ha risposto:

“Da 50 anni sono un indipendente, non metto i libri nelle librerie, non metto i miei film nelle sale della grande distribuzione, dopo 50 anni ho deciso di dire sì a me stesso, non alla Mondadori, e che vadano a quel paese gli odiatori”.

No maestro, no amico mio, mio adorato mentore, questa volta ti sei sbagliato, non a quel paese, gli odiatori mandiamoli in Kirghisia, che dici? Mandiamoli nella realtà più pura, non c’è niente di utopico nella Kirghisia, non c’è niente di irreale in una terra dove l’uomo vive libero e l’amore è libero, dove la libertà è l’essenza di ogni progetto umano reale, la vera utopia, il “Non-luogo” è questa realtà ridotta e mercificata, dove abbiamo confinato l’uomo e lo abbiamo reso un simulacro avariato di se stesso, questa è l’utopia, non certo la Kirghisia che dovrebbe essere la condizione naturale per eccellenza.

Certo il tuo libro verrà pubblicato da Mondadori, avrà un prezzo, un codice a barre, ma sono certo che nel tempo finirà sulla bancarella di un folle che dirà: “facciamo la rivoluzione” e si armerà di un fiore, di una rosa aulentissima, e questo folle avrà il volto umano di tutte le persone innamorate della libertà, e sorriderà prima di fare una strage di polline, perché “tutto invecchia, ma non il sorriso”.

Ti bacio amico mio.

Ah, detto tra noi, puoi chiedere in Mondadori se sono interessati ai miei aforismi?

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Lo Scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti alle epopee familiari di Giovanni Mastrangelo, Giorgio Fontana, Gian Arturo Ferrari

next
Articolo Successivo

“Non si esce più, che viaggio”. Dalla chiusura della porta nel giorno 1 ai nostri corpi trasformati del 50esimo: ironia, paure e umanità nelle cronache dal confinamento dello scrittore Éric Chevillard

next