Il Corvo che volteggiava sopra il palazzo patriarcale di Venezia, da cui nel secolo scorso uscirono tre cardinali per diventare Papi, è noto. O per lo meno sono conosciuti da alcuni giorni i nomi di due milanesi, sospettati di aver scritto e affisso vicino alle chiese del centro storico una serie di volantini – firmati “Fra Tino” – che accusavano la Curia e il clero di nefandezze e comportamenti personali depravati. Si tratta di Enrico Di Giorgi, 75 anni, ex dirigente della Montedison al Petrolchimico di Marghera, e del tecnico informatico Gianluca Buoniconti di 45 anni. Sono stati ripresi mentre affiggevano i volantini nei pressi delle Chiese, sostenendo che il Patriarcato era una specie di Gomorra e per questo sono indagati per diffamazione. Ma non si conosce ancora di chi siano stati il braccio armato, chi sia il mandante di un piano che voleva infangare il Patriarca. Monsignor Francesco Moraglia, cristianamente, non accusa se non ha le prove. Eppure ha diffuso un comunicato molto eloquente in cui si domanda: “Quale mente può essere stata capace di tanto? Moralmente la colpa non è solo di chi ha materialmente agito, ma anche di chi sapendo non ha impedito, di chi ha scagliato la pietra e poi, per non essere implicato, ha nascosto la mano”. Poi parla di “un unico disegno che porta la chiara firma di chi agisce nell’anonimato e nell’ombra”.

Più che un’allusione, è una conferma. La prima parte della dichiarazione pubblica, infatti, è un j’accuse nei confronti d don Massimiliano D’Antiga, il sacerdote che nel dicembre 2018 fu allontanato dalle parrocchie di San Zulian e San Salvador e destinato alla Basilica di San Marco. Veniva messo sotto l’ala del Patriarca, ma non gradì. Infatti rifiutò, spalleggiato da qualche decina dei suoi ex parrocchiani, che andarono a manifestare sotto la Curia. Poco dopo cominciò il volantinaggio anonimo, ed ora don Massimiliano è sotto processo canonico per la sua insubordinazione.

Monsignor Moraglia evoca proprio i prete ribelle. “Enrico Di Giorgi non è diocesano del Patriarcato di Venezia ed era qui del tutto sconosciuto fino a quando don Massimiliano D’Antiga, per incontrare il Patriarca, successivamente alla giornata di domenica 9 dicembre 2018, lo volle al suo fianco come persona di fiducia, ponendo la sua presenza come condizione per accettare l’invito del Patriarca ad un incontro”. Il sacerdote, quindi, aveva scelto Di Giorgi come testimone e consigliere. “In tale veste il dott. Di Giorgi fu presente al colloquio avvenuto nel pomeriggio di sabato 15 dicembre 2018, presenti il Vicario generale e il Vicario per la pastorale. Inoltre, il Di Giorgi accompagnò don Massimiliano D’Antiga alle sessioni in cui quest’ultimo rese le proprie deposizioni nell’ambito del procedimento canonico extragiudiziale che lo riguardava, procedimento avviato in accordo con la Santa Sede”. Insomma, secondo il Patriarcato, Di Giorgi era l’ombra di don D’Antiga. E mentre lo aiutava nei contatti curiali, secondo i carabinieri, andava in giro per la città ad affiggere volantini che attaccavano la chiesa veneziana. Il collegamento è “la chiara firma di chi agisce nell’anonimato” indicata da Moraglia.

In questa storia a tinte fosche si muove un altro personaggio, che da anni punta pubblicamente il dito contro don D’Antiga, accusandolo di aver usato la parrocchia a fini personali. Si tratta di Alessandro Tamborini, parte offesa non solo per i volantini, ma anche in altri procedimenti penali per lesioni e minacce subite addirittura in chiesa, e che hanno come protagonista don Massimiliano, con il suo giro di parrocchiani e familiari. Addirittura c’è un’inchiesta per calunnia, visto che il prete aveva dichiarato che Tamborini interruppe una celebrazione liturgica, ma un video lo aveva scagionato. Assistito dagli avvocati Sara e Antonio Franchini, Tamborini, che è stato docente universitario di teologia, dichiara a ilfattoquotidiano.it: “Il corvo è D’Antiga”. E spiega: “E’ da 5 anni che perseguo don D’Antiga, sorella e madre, per evidenziarne alle autorità preposte i comportamenti di possibile reato e abuso di potere esercitato in vent’anni di sacerdozio. Mi sono sempre esposto in prima persona con dichiarazioni ed azioni che hanno portato, tramite un mio diktat alle massime autorità gerarchiche del Vaticano, in sole 48 ore ed in modo urgente e inaudito, alla sospensione di don D’Antiga dalle sue chiese ‘bancomat di famiglia’ nel dicembre 2018”. A cosa si riferisce? “Alle voci di arricchimenti indebiti, ruberie, plagi, che lo descrivono come un ‘cacciatore di eredità‘. La mia azione terminerà solo e quando vi sarà la sua dimissione allo stato laicale e l‘accertamento dell’incredibile impero immobiliare che ho scoperto essere di oltre 18 immobili tra ville, terreni, appartamenti prestigiosi, e del patrimonio di svariati milioni di euro. Non ha mai avuto il coraggio di denunciarmi per quello che dico”.

Tamborini sostiene che don D’Antiga è sempre stato potente. “Se non andavo io in Vaticano, neppure il Patriarca Moraglia lo trasferiva. Lui godeva di conoscenze influenti, di appoggi anche con giornalisti importanti. Per le diffamazioni contro di me, il Patriarca e oltre venti sacerdoti veneziani da parte di fra tino e del suo mandante ho subito denunciato come i sospetti non possano che cadere – quale ‘mente’ – su don D’Antiga”. Il movente? “Vendicarsi di confratelli rei di non difenderlo o di altri soggetti che ritiene suoi nemici”.

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