La circolare al centro dell’indagine dell’Antimafia è stata sospesa dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il provvedimento, che era stato approntato per evitare possibili contagi anche di detenuti al 41 bis e quindi di fatto isolati, è stato sospeso per effetto del mutato quadro sanitario dell’emergenza sanitaria. La circolare risale al 21 marzo scorso e in pratica invitava i direttori delle carceri a segnalare ai magistrati di sorveglianza i detenuti con l’elenco dei detenuti più esposti al rischio contagio.

L’indagine dell’Antimafia – Come si faceva a capire chi è più a rischio di prendere il Covid? Grazie a una relazione medica: spiegava che i detenuti con una tra nove patologie gravi come l’Hiv o il diabete scompensato o l’insufficienza renale erano più esposti al virus. In coda a quel documento però c’è anche una condizione che non è una patologia: “Soggetti di età superiore ai 70 anni”. È con questo sistema che secondo più fonti sarebbe scattato quel meccanismo a catena sulle scarcerazioni: nella circolare infatti non si faceva segno alla situazione giudiziaria dei detenuti. Le carceri dunque hanno cominciato a segnalare ai giudici tutti i carcerati over 70, oltre a quelli malati. Con l’effetto che ad uscire sono stati anche 223 boss al 41bis e in regimi di Alta sicurezza. Da settimane, quindi, Palazzo San Macuto sta cercando di capire come è nata quell’ormai famosa nota del Dap e se ha avuto come fine proprio la concessione dei domiciliari ai detenuti reclusi in regime di Alta sicurezza e 41bis: in totale sono stati 223 in poco meno di due mesi.

Lo stop al documento – La sospensione della circolare – a quasi 3 mesi dalla sua diffusione – è firmata dal capo del Dap Bernardo Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia, arrivati alla guida del Dipartimento per volontà del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede un mese fa, dopo le dimissioni di Francesco Basentini, travolto dalle polemiche sulle scarcerazioni. “Il numero dei ristretti positivi al Covid 19, pari oggi a 66 persone su poco più di 53.000 detenuti, è in costante diminuzione. Negli istituti penitenziari risultano in atto protocolli di prevenzione dal rischio di diffusione del contagio” scrivono Petralia e Tartaglia. Resta comunque “impregiudicata – continuano i vertici del Dap – la necessità del più accurato monitoraggio delle condizioni di salute dei ristretti e fra questi, in particolare, di coloro maggiormente a rischio di complicanze in caso di contagio”.

La deposizione dell’autore del documento – Ieri a parlare della circolare davanti alla commissione Antimafia è stato il suo autore: Giulio Romano, il direttore del Trattamento detenuti del Dap, dimissionario da una ventina di giorni. Il clamore per cui circolare uguale scarcerazioni è un messaggio sbagliato”, ha detto il magistrato, che a San Macuto ha elencato una serie di sentenze dei tribunali di Sorveglianza precedenti alla stesura del suo atto. Come dire: la circolare non c’entra nulla con le scarcerazioni e la prova è che già prima della sua diffusione alcuni giudici avevano inziato a concedere i domiciliari anche ai detenuti in regime di Alta sicurezza. Se così fosse, allora, a cosa serviva quel documento? Se i giudici avevano già cominciato a scarcerare anche i detenuti più pericolosi ma a rischio contagio a cosa serviva quella circolare? Anche perché una legge per diminuire la pressione sui penitenziari già c’era. È il 17 marzo quando con il decreto Cura Italia l’esecutivo incentiva la concessione dei domiciliari ai detenuti per reati minori e con meno di 18 mesi ancora da scontare. Quelle norme – secondo i dati del ministero della Giustizia – liberano le carceri sovraffollate di circa 6mila detenuti e servono a combattere il rischio contagio nei penitenziari. Gli altri carcerati, quelli con pene più pesanti e considerati pericolosi, sono stati volutamente esclusi da quei benefici dal guardasigilli Bonafede. A sentire Romano, però, dal mondo dei giudici di Sorveglianza si chiedeva un ulteriore sforzo visto che con il Cura Italia i penitenziari rimanevano ampiamente sovraffollati. Per questo motivo decise di redarre quel documento con l’ok del suo capo, Basentini, e lo staff del ministero della giustizia che sarebbe stato informato. Anzi a sentire Romano, direttamente Bonafede partecipò a una videocall il 20 marzo, un giorno prima della diffusione della circolare.

Come nasce la circolare – È in questo modo che viene partorita l’ormai famosa nota. Il 21 marzo mattina alle 8.31 Romano scrive una mail a Basentini “dicendo che mi pare che nella videocall del giorno precedente fosse emerso l’ok. Lui mi risponde: per me va benissimo. Invio la circolare alla dirigente di turno specificando che c’era l’assenso del Capo Dipartimento”. La dirigente di turno è Assunta Borzacchiello che fisicamente firma quel documento, visto che Romano in quei giorni è in telelavoro da casa. In seguito, prosegue sempre Romano ” il 26 marzo Salvadori (Tommaso, segretario particolare del ministro Bonafede ndr) mi chiede tramite un whatsapp se l’avevo mandata, gli rispondo, inoltrandogliela stesso mezzo: nessuna contestazione di sorta“. Anzi, il magistrato mette a verbale a San Macuto i complimenti ricevuti dal guardasigilli: “Successivamente in occasione di altra videoconferenza, il ministro esprimerà apprezzamento per l’iniziativa“. La deposizione del magistrato, per la verità, non ha convinto il presidente della commissione Nicola Morra, che si è detto “esterrefatto” da alcuni passaggi della stessa audizione, riconvocando Romano a San Macuto per la serata del 17 giugno.

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