Calcio

Il Milan batte il Lecce ma il 4-1 mi intristisce se penso a quello che rifilò Pierino Prati all’Ajax

Diavolo d’un arbitro! Il romano Paolo Valeri deve infatti avercela a morte col Milan. Dirige la partita di andata della semifinale di Coppa Italia dei rossoneri contro la Juventus a San Siro ed assegna un rigore che non c’era ai bianconeri, quel che serve a loro per passare il turno nella partita di ritorno a Torino, il 12 giugno. Gli basta, ai “gobbi”, un pareggio a reti inviolate tutelato, guarda caso, da un’inflessibile e severa espulsione dell’improvvido Ante Rebic, il più pericoloso dei milanisti, cacciato al quarto d’ora di gioco, subito dopo che Ronaldo aveva sbagliato un rigore (sic). Nonostante l’inferiorità numerica, per quasi ottanta minuti il Milan resiste in dieci contro undici. Impresa inutile. Grazie al rigore fantasmatico concesso all’andata da Valeri, la Juve approda in finale con il Napoli. La perde malamente ai rigori: giusta nemesi…

Dunque, il campionato riprende dopo la drammatica pausa pandemica. E chi si ritrova il Milan allo stadio di Via del Mare per la partita contro il Lecce? Un abbronzato Valeri che ripete lo scherzetto della semifinale di Coppa Italia. No, non è una paranoia da tifoso milanista quale io sono. Il fischietto irrequieto di Valeri squassa lo stadio leccese al 53esimo minuto per sancire un rigore ai padroni di casa, in grave annaspo, visto che stavano perdendo 1-0. Valeri vede un fallo in area rossonera del giovane Gabbia ai danni dello scafato Babacar. Peccato che il rigore non ci sia. E’ l’attaccante leccese che forza la giocata, appoggiandosi all’indietro sullo sventurato ed ingenuo difensore milanista. Gabbia è colpevole: non ha la malizia di scansarsi in tempo. Come evidenzia la moviola. Un altro arbitro avrebbe sanzionato l’attaccante per simulazione. Ma Valeri non ha l’umiltà di andare a controllare. Tantomeno il Var lo mette in guardia.

Così il Lecce pareggia e si illude con un (delizioso) rigore di Mancuso che beffa Donnarumma. Poi, per fortuna e perché il Milan è in palla come ai bei tempi, passano due minuti, Bonaventura insacca e torna in vantaggio. Altri due minuti e un contropiede a campo aperto di Rebic manda il Milan 3-1. Infine, la ciliegina del giovane Leao, un rapinoso colpo di testa sigilla il corroborante successo milanista. Mai in questo campionato, gli era riuscito di vincere e convincere. In effetti, sino a lunedì 22 giugno, l’attacco rossonero era stato stitico, appena 28 gol, diciassettesimo del torneo.

Ma non esulto. Anzi, il 4-1 mi intristisce. E’ perché lunedì 22 giugno è scomparso Pierino Prati, formidabile attaccante rossonero. Portò il Diavolo in paradiso il 28 maggio del 1969, a Madrid, nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax. Fu un roboante successo, un 4-1 di ben altro spessore se penso al Lecce-Milan di ieri… Pierino segnò una tripletta. Col premio partita si comprò una Porsche.

Avrebbe compiuto 74 anni a dicembre. Gianni Brera lo etichettò “Pierino la Peste”, perché aveva il vizio di segnare spesso a fine partita, quasi in zona Cesarini. Per noi tifosi era il centravanti rock, anche se indossò più sovente la maglia numero 11 che non la 9 (il suo sogno). Era infatti un giovanottone stravagante, pareva più un cantante che un giocatore. Però in campo era concreto, spietato. Ed acrobatico. Virtù acquisita da bambino, quando spiccava salti impossibili ed atterrava sul fieno. Ma da piccolo, era gracilino. Per questo gli amici dell’oratorio di Cinisello Balsamo lo misero in porta, nonostante i suoi mugugni. Pierino detestava quel ruolo. I gol li voleva fare, non subirli. Un giorno disse perentorio ai compagni di squadra: “Basta, io a fare il portiere non ci sto più. Voglio diventare come Altafini”. Il suo idolo.

Si sa come sono i ragazzini. Talvolta, crudeli. Gli amichetti fingono di accontentarlo: “Bene, ti schieriamo all’ala sinistra”. Dove, pensavano, non avrebbe combinato nulla e non avrebbe messo in discussione le gerarchie interne. Invece topparono alla grande. Il giovane Prati è una furia: dribbla, fa tunnel, segna gol a grappoli. Diventa l’eroe di Cinisello. Uno zio che di calcio se ne intendeva e che conosceva qualcuno al Milan, lo porta a Milanello e lo presenta a Nils Liedholm, allora l’allenatore delle giovanili rossonere. Viene preso al volo. E’ il 1965. Pochi mesi dopo viene ceduto in prestito alla Salernitana, in serie C, perché si faccia le ossa in un campionato professionista. Gioca diciannove partite, alla ventesima si frattura una tibia. Ma ha segnato già dieci gol. Appena guarisce, il Milan lo richiama, per sostituire Sormani, a sua volta infortunato. Pierino esordisce in serie A il 18 settembre del 1966 contro il Venezia. Indossa la maglia numero 9 che era stata di Altafini sino all’anno prima. Gli pare di stare in un sogno. L’emozione lo sovrasta. Gioca maluccio. Manca d’esperienza. A novembre lo spediscono in serie B, destinazione Savona. Segna quindici reti, ma i suoi gol non servono ad evitare la retrocessione in C della squadra ligure.

Intanto, al Milan, è arrivato il “Paron”, al secolo Nereo Rocco. L’amico e sodale di bevute Gianni Brera gli suggerisce di riprendere Prati. Gli piace. In Pierino vede l’interprete ideale del contropiede, il modulo di gioco secondo Brera che più si adatta all’indole degli italiani. Prati segna di testa e con entrambi i piedi. E’ agile e veloce. Gli ricorda Gigi Riva, il superbo Rombo di Tuono. Al primo colloquio, quel mattacchione di Prati si presenta con una zazzera lunghissima, pantaloni zampa di elefante e chiassosa camicia hawaiana. Il Paron lo apostrofa: “Portatemelo via!”. Prati non si muove. Allora Nereo Rocco gli sorride: “Qui da noi vige una regola: chi segna paga da bere a tutti. E io bevo tanto…”. Pierino replica pronto: “Fa nulla. Pagherò tanto perché segnerò tanto!”. In serie A, ne farà cento di reti (sei stagioni al Milan, poi Roma e Fiorentina).

Sono giorni tristissimi per il calcio. E per chi frequentava San Siro. Venerdì 19 giugno è scomparso Mariolino Corso. Lunedì 22 giugno, Pierino Prati. Inter e Milan in lutto. Credo che il 4-1 del Milan contro il Lecce sia un tributo non casuale del destino alla sua memoria.