Politica

Stadi, altro che amore per il calcio: per me la verità sulla riapertura è un’altra

Pochi giorni fa il governo ha riaperto gli stadi italiani con una disposizione che, a cascata, estende a tutta la serie A le ordinanze di Zaia, Bonaccini e Fontana. Questi, a loro volta, avevano allargato a Veneto, Emilia e Lombardia la scelta governativa sul via libera agli Internazionali di Tennis di Roma.

La decisione è stata presa d’urgenza dal ministro Boccia per tentare di uniformare le gare della massima serie sul territorio nazionale. A quanto pare, la regola base è che non potranno accedere agli impianti più di mille spettatori. È chiaro che questo numero ha poco senso. Mille tifosi per uno stadio da 80.000 posti ha un significato, per uno da 15.000 ne ha un altro.

L’esecutivo si dà tempo fino al 7 ottobre per dare un’aggiustata a questa disposizione e decidere, in modo credibile, “chi” dovrà e potrà entrare nei nostri stadi di serie A: gli abbonati? Gli ultras? Chi fa prima il biglietto? I raccomandati? Oppure i mille saranno “invitati” dalle società sportive? Si spera, in ogni caso, che il futuro provvedimento dei ministri Francesco Boccia, Roberto Speranza e Vincenzo Spadafora sia utile a evitare la diffusione del Covid-19 fra gli spettatori, perché al proposito i dubbi sono molti. Gli stadi si riaprono proprio quando nel paese i contagi risalgono.

Forse amiamo consolarci osservando la situazione dei nostri vicini europei, dove i contagi sono anche sette o otto volte più che da noi. Ma, con riguardo alle gare calcistiche, non possiamo godere dei nostri numeri relativamente bassi. Sappiamo bene che i vettori della risalita del contagio sono stati due: i rientri dalle vacanze passate nei paesi esteri maggiormente infetti e la riapertura delle discoteche.

Il governo ha fatto molte cose buone, nel periodo Covid. Si è mosso con grande equilibrio, cosa riconosciuta dal mondo intero e che ancora ci riconosce, perché se i nostri contagi sono pochi questo è dovuto non solo alla prudenza degli italiani, ma soprattutto alle norme che vietano gli assembramenti e impongono la mascherina negli esercizi pubblici.

Però proprio questa stessa prudenza avrebbe dovuto suggerire al governo di tenere ancora chiuse le discoteche. Sfido chiunque a trovarne una in cui si balli con la mascherina e a due metri di distanza gli uni dagli altri. Così non è stato, e le statistiche Covid lo dimostrano impietosamente. Ecco, quella medesima saggezza avrebbe dovuto suggerire al governo anche di continuare a far disputare le partite a porte chiuse. Il maggior fattore di innesco del dramma Covid in Lombardia è stata proprio l’incontro fra Atalanta-Valencia, disputata a Milano il 19 febbraio: da lì il virus si è diffuso nel bergamasco, a Milano e in Spagna, causando quello che, purtroppo, tutti sappiamo.

Stando al provvedimento dei tre governatori, da oggi in uno stadio gli spettatori dovranno indossare la mascherina dall’ingresso fino al posto e viceversa, e dovranno farlo anche ogni volta che ci si allontani da dove si è seduti. Dovranno essere usate tecnologie digitali per evitare gli assembramenti e per registrare gli spettatori, e dovranno essere creati varchi per evitare gli assembramenti nei momenti del controllo della temperatura dei tifosi. Sarà vietato l’ingresso di striscioni e bandiere e il deflusso avverrà a gruppi di persone. Gli steward assisteranno gli spettatori per aiutarli a rispettare le misure.

Tutto bello in un mondo perfetto, ma la realtà sarà diversa. Vorrei sbagliarmi, ma temo che negli impianti sportivi gli assembramenti saranno all’ordine del giorno, i tifosi si accalcheranno e nessuna regola sarà rispettata. E probabilmente, e spero sempre di sbagliarmi, proprio dagli stadi potrebbe partire un ulteriore innalzamento dei contagi. Non bastavano le discoteche “di destra”, per dirla con Briatore. Ci volevano anche gli stadi.

Ora, tutto questo lascia intendere che chi ha emanato queste ordinanze o non ha mai visto una partita o, a eccezione di Fontana, “casualmente” lo fa proprio due giorni prima delle votazioni per la presidenza della propria regione. Si chiamano “motivi elettorali”. Ma la verità è anche un’altra.

Intorno al calcio si muove un mostruoso business di soldi e fanatismo, che incide smodatamente sui politici. Loro dicono di no, ma sono moltissime le telefonate che i vari sindaci fanno a questo o quel sottosegretario del proprio partito per chiedere il favorino in favore della squadra di casa. Se il sindaco dà una mano alla sua compagine, infatti, i tifosi apprezzano e lo rivoteranno. È il solito, sordido gioco a incastri della politica. La motivazione ufficiale della riapertura degli stadi è, ovviamente, che gli italiani adorano il calcio, ma la verità è un’altra.

Se abbiamo chiuso fabbriche e autostrade, figuriamoci quanto può importare al governo se gli italiani soffrono perché non possono andare al Meazza per assistere a Inter-Milan. Il punto, invece, è che il governo è assediato da mille richieste dei governatori e dei sindaci dei rispettivi partiti, e non solo. Se il calcio non fosse ripartito, chi è aduso alla pratica dello sciacallaggio politico avrebbe urlato, col sangue agli occhi: “Questo governo di incompetenti non solo ci ha chiuso per due mesi in casa, non solo lascia liberi sulle strade milioni di immigrati infetti, ma addirittura neanche vuole farci vedere le partite di calcio! È una dittatura, siamo alla svolta autoritaria!”. Stressato da un simile assedio il governo ha ceduto, ma non avrebbe dovuto.

Un esecutivo forte va avanti per la sua strada, come ha fatto a marzo e aprile. La conclusione? Eccola. Come sempre, negli stadi toccherà alle forze dell’ordine far rispettare gli obblighi imposti dalle ordinanze dei governatori. Gli steward sono una bella immagine, ma quando c’è da fare la voce grossa non c’è storia, intervengono sempre e solo il Reparto Mobile della Polizia o il Battaglione Mobile dei Carabinieri. Quando arriveranno le notizie dei primi inevitabili assembramenti da curva sud, la responsabilità non verrà data a chi ha riaperto gli stadi per prendere voti, i quali, anzi, faranno la gran bella figura di aver aiutato i propri conterranei a tifare dal vivo per la squadra del cuore.

No, ce la prenderemo con carabinieri e poliziotti, a cui opinione pubblica e politica rivolgeranno la solita, stantia e insopportabile domanda: “Dove eravate quando i tifosi si abbracciavano?” Non è un problema, però. Mentre i politici si faranno belli, il lavoro sporco continueranno a farlo sempre le forze dell’ordine, ma è cosa cui sono abituate e che le lascia indifferenti a critiche ingiuste o cattive. Preghiamo che AstraZeneca e Irbm ci diano presto il vaccino: l’immunità di gregge salverà noi e, visto che si parla di pecore, anche chi di nascosto ha fatto le tante telefonate di cui sopra.